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Il caso Nada Cella

Alberto Bonato

DiAlberto Bonato

Feb 28, 2026

Il 6 maggio 1996, a Chiavari in provincia di Genova veniva trovata morta nello studio del commercialista Marco Soracco dove lavora come segretaria Nada Cella.

Un fatto che aveva davvero focalizzato l’attenzione del paese. Un omicidio efferato per il quale, nonostante due processi, il primo nel 98 e il secondo nel 2009, non era mai stato trovato un colpevole.

Dopo queste chiusure inizia un silenzio che durerà 25 anni alla fine dei quali la dottoressa Antonella Delfino Pesce è riuscita a fare riaprire il caso.

Ho avuto la possibilità di incontrare la dottoressa Delfino Pesce e lei è stata tanto cortese da rispondere a qualcuna delle mie domande. Anzi devo dire che questo incontro fugace tra noi, un incontro che doveva durare qualche minuto, si è trasformato in una chiacchierata di un paio di ore.

Perché è una storia davvero particolare quella della dottoressa.

Una storia che ricorda molto il film Sliding Doors proprio per la serie di casualità che l’anno portata ad occuparsi di questo caso.

È stato il mio battesimo”, mi racconta Antonella, “Avevo deciso di iscrivermi ad un master di criminologia, ma avevo due possibilità: Roma e Genova. Inizialmente avevo pensato di iscrivermi a Roma, ma un amico giornalista del Secolo IXX, mi aveva consigliato Genova dato che avrebbe potuto ospitarmi evitandomi di spendere soldi in alberghi. Alla fine del master è previsto che gli allievi portino una tesi che parla di un caso reale. Decido subito di cosa parlare nella tesi, ma i parenti della vittima non si rendono disponibili e quindi penso di dirottare su un lavoro che non abbia come argomento principale la genetica. Anche in questo caso mi viene incontro il mio amico giornalista che mi suggerisce il caso di Nada, anche perché era avvenuto lì a Genova. Mi diche che tanto non cambierà nulla, che probabilmente non arriverò a nulla, però almeno me la sarei sbrigata in poco tempo. Era il 2017 e da lì in poi è successo di tutto.

Antonella va a trovare i genitori di Nada che si dimostrano immediatamente molto disponibili e le forniscono tutta la documentazione a loro disposizione.

La sua indagine quindi parte senza grandi pretese e per alcuni mesi li studia con grande attenzione. In poco tempo quel caso diventa per lei quasi un’ossessione. Dal lunedì al venerdì frequenta il master e poi sabato e domenica li passa da Silvana, la mamma di Nada un po’ per essere aggiornata e fare il punto della situazione e un po’ perché quei verbali erano così tanti che li conservava in un trolley.

Chiedo ad Antonella cosa significhi leggere e studiare una mole di documenti così enorme.

Lei fa un sorriso e mi spiega: “È una parte essenziale del mio lavoro, ma molto difficile e pericolosa. Sono a volte decine di migliaia di pagine da leggere messe in ordine casuale dove a volte, il particolare che può decidere l’esito della tua indagine si riduce in due righe in una qualsiasi di quelle pagine. Non puoi distrarti un momento. Non puoi leggere in modo distratto altrimenti rischi di perderlo quell’unico particolare che darà la svolta al caso. I fascicoli si leggono tutti dall’inizio alla fine, si leggono minimo tre volte, ma meglio quattro, cinque volte, perché comunque li devi conoscere così bene che quando leggi il primo rigo di ogni pagina già sai la quello il contenuto della pagina che verrà.
A me quella parte del lavoro piace moltissimo e mi piace cercare di cogliere anche il tono di una deposizione, di una SIT, di un’ansa, di una relazione di servizio della polizia.
Sì perché spesso il tono delle dichiarazioni dicono di più del mero significato delle parole.
È importante perché ci permette di cogliere delle dinamiche che altrimenti noi non riusciremmo a cogliere
.”

L’indagine, quindi prosegue e nasce un bellissimo rapporto tra Antonella e la madre di Nada. Un rapporto che va al di là di quello professionale.

Antonella Delfino Pesce con Silvana Smaniotto, mamma di Nada

Il rapporto con i parenti della vittima” mi spiega “è un valore aggiunto perché può capitare che le famiglie delle vittime eh non vengano ascoltate abbastanza, nel senso che sono una fonte ricchissima di dettagli, di particolari, di dettagli sulla vita del del proprio familiare. e che quindi possono aiutare tantissimo nella ricostruzione. Il rapporto con i famigliari per me è comunque un matrimonio. Deve essere saldo finché verità non ci separi dato che si sta combattendo una battaglia che si porta avanti ehm insieme, non si può eh stare da soli. Io, senza Silvana, non sarei arrivata da nessuna parte, nel senso che e lei è stata sempre un faro, è stata sempre lucida, precisa, equilibratissima e quindi senza di lei non sarebbe stato possibile arrivare alla riapertura del caso”.

Un rapporto che comunque parte senza grosse pretese. Ci si prova consci del fatto che è molto probabile che non si riesca ad arrivare a nulla. Invece più il tempo passa e più i fascicoli apparivano sempre più chiari.

Antonella mi confessa: “Stringemmo un patto. Silvana non si sarebbe mai dovuta illudere di arrivare a una riapertura perché all’epoca e io non mi sarei mai fatta scoraggiare dall’improbabilità del compito.”

Per riaprire un caso è necessario riuscire a trovare una prova totalmente nuova. Antonella, quindi, studia le carte per anni analizzando cinque o sei piste che lei reputa importanti che però si esauriscono tutte ad eccezione di una, quella che conduceva ad Anna Lucia Cecere.

La Cecere è un personaggio particolare. Una persona che era stata assunta da una scuola dalla quale era poi stata allontanata con un provvedimento disciplinare dopo pochi mesi.

Antonella si reca a trovare la Cecere a Boves, il paese dove lei nel frattempo di è trasferita. La scusa per questo appuntamento è parlare degli insegnanti che abbandonano la scuola.

L’incontro è piacevole. “Rimaniamo a parlare per oltre due ore nel giardino di casa della signora Cecere. Le è molto disponibile, ci invita su a prendere un caffè e una fetta di torta. Noi però preferiamo rifiutare e restare a parlare in giardino. Ad un certo punto la conversazione si sposta su Chiavari e io le faccio il nome di un suo ex fidanzato. Le dico che lo conoscevo, nulla di più. Da quel momento l’atmosfera cambia completamente. Lei si blocca come fosse congelata. Da quel momento non riesco più a riprendere la conversazione. Le persone che mi avevano accompagnato ed io decidiamo di salutare ed andarcene

Iniziano qui i famosi messaggi minatori della Cecere nei confronti di Antonella e dei quali si è occupata anche la stampa italiana. Più di 200 messaggi intimatori che arrivano persino ad accusarla come l’assassina di Nada.

Come la Cecere abbia associato la dottoressa Delfino Pesce a Nada però resta un mistero ed è proprio questo particolare che spinge Antonella ad indagare su di lei.

Quindi con Silvana decidiamo di chiedere tutti i fascicoli che erano in tribunale a Genova, perché io fino ad allora avevo lavorato sule 12.000 pagine che aveva ereditato da Bruno, il papà di Nada, che provenivano dal tribunale di Chiavari. Inizio a leggere, a questo punto siamo nel 2020, e al fascicolo 5 trovo il verbale che poi ha fatto riaprire l’indagine.”

Si tratta di un verbale che riporta il ritrovamento in casa della signora Cecere di 5 bottoni uguali a quelli trovati sotto il corpo di Nada. Un verbale del quale non sapeva nulla nessuno e che non era mai stato trasmesso.

Antonella invia quel documento ad un ispettore della eh della squadra mobile che ovviamente cade della nuvole. È un indizio davvero importante.

Vengono subito fatti dei controlli e bottoni uguali a quelli. Del resto ci sono almeno 70 pagine di ricerca bottoni nei fascicoli del 96. Si cerca nei mercatini, nei negozi e nelle ditte produttrici a Chiavari. Quei bottoni sono stati trovati solo in casa della signora Cecere.

Ma come erano finiti questi bottoni a casa della Cecere? Quei bottoni appartenevano a quell’ex fidanzato della Cecere che era stato nominato dalla Delfino Pesce nella visita a casa sua. Lui aveva dimenticato da lei la sua giacca e lei aveva utilizzato quei bottoni riattaccandoli ad un suo maglione. Un maglione che evidentemente lei indossava il giorno dell’omicidio.

La probabile colluttazione che era nata tra Nada e la Cecere aveva provocato il distacco di quel bottone che poi era stato trovato sotto il corpo della ragazza.

Certo non è il solo indizio perché è ovvio che non si potrebbe condannare nessuno solo per questa prova. I bottoni sono stati l’elemento che hanno fatto riaprire l’indagine, ma esiste su un enorme numero di altri indizi uno collegato all’altro.

Antonella infatti conferma: “Ci sono le testimonianze che hanno collocato la Cecere quella mattina nelle ehm nelle vigilanze del reato. Cecere che è stata vista da alcune persone sporca di sangue, eh con un braccio fasciato. E poi c’è l’alibi della Cecere, un alibi che non le era mai stato chiesto fino al 1996, ma solo nel 2021. Lei sostiene che era al lavoro presso lo studio dentistico dove svolge le pulizie. Peccato che questo alibi è stato demolito dallo stesso avvocato della Cecere che sosteneva che la sua assistita era estranea al delitto e che quella mattina aveva avuto solo la sfortuna di trovarsi a passare in quella via, in quell’orario. Quindi è l’avvocato che conferma la presenza della Cecere nella via dove è morta Nada quel giorno a quell’ora. Poi ci sono telefonate che accusavano la Cecere di avere una relazione col dottor Soracco.”

Chiedo ad Antonella cosa c’entri questa relazione.

È possibile che la Cecere avesse un interesse per il titolare di Nada e magari si fosse messa in testa si eliminare la concorrente

M Le chiedo quindi se allora non possa trattarsi di un delitto premeditato.

No”, risponde Antonella. “Credo si tratti di un omicidio d’impeto. Un delitto, tra l’altro, che è iniziato sulla porta dello studio viste le tracce di sangue per proiezione che sono state trovate sulla porta. Sicuramente Nada ha aperto al suo assassino, magari ci ha discusso e ad un certo punto è partita l’azione omicidaria”.

Antonella di questo è convinta. La Cecere è entrata nello studio e forse è stata presa da un istinto bestiale che l’ha portata ad usare un corpo contundente contro Nada. Un omicidio quindi commesso da lei sola e senza l’aiuto di nessuno.

“Certo” continua Antonella “non posso dimostrarlo, ma io sono abbastanza sicura che in molti sapessero e nessuno ha parlato”.

E così arriviamo al giorno della sentenza. Contro ogni più rosea previsione la Cecere viene condannata a 24 anni di carcere per l’omicidio di Nada Cella.

Chiedo ad Antonella come ha preso questa notizia.

“Non ce l’aspettavamo, anzi avevo passato tutto il giorno a preparare la madre di Nada ad una probabile assoluzione. Quando mi è arrivato il messaggio della condanna da parte di Silvia, che è la nipote di Silvana, non credevo ai miei occhi. Anche Silvana era incredula al punto che mi chiese di controllare meglio perché riteneva che mi fossi sbagliata”

Una vittoria quindi, le chiedo.

Più che una vittoria è la soddisfazione di essere giunti ad una verità per la quale abbiamo lavorato molto in tante persone. Il mio ringraziamento infatti deve andare a Silvana e a tante persone che non erano parenti, persone donne e uomini di Chiavari e che però hanno preso a cuore la causa e hanno fatto passaparola. Hanno lottato, hanno diffuso gli audio e hanno fatto, magari in virtù della loro estrema conoscenza del territorio deduzioni importantissime. Credo che questo caso resterà unico per tanti motivi. E un grazie deve andare anche ai magistrati che hanno operato con professionalità mantenendo sempre il più stretto segreto istruttorio.”

E adesso cosa succederà?

Adesso dobbiamo aspettare le motivazioni della sentenza e capire se la difesa vorrà andare in secondo grado; quindi, credo che per qualche mese non se ne parli”.

Le chiedo se non abbia paura di una riduzione della pena.

Certo è probabile che accada, ma non sarebbe un problema. Tutti casi di riapertura che ho trattato, anche quelli che non sono arrivati a processo hanno un unico comun denominatore: alle famiglie interessa di più arrivare in fondo e sapere cosa è successo piuttosto che concentrarsi sugli anni di pena che vengono comminati al colpevole. Per loro, comunque si chiude una questione che li aveva lasciati in bilico per anni. Sapere è la cosa più importante, quindi in ogni caso per noi questa sentenza e anche le prossime saranno un successo”.

Faccio un’ultima domanda ad Antonella: quale è stata la cosa più difficile in questo caso per te?

Sicuramente i primi mesi perché andava tutto contro. I primi mesi è andato tutto sorto. È stato solo grazie a Silvana che siamo riusciti a tenere la barra del timone e poi ugualmente difficile è stato distaccarsi dall’indagine quando è arrivato il segreto istruttorio, nel senso che non ero pronta a fare un passo indietro, non ero pronta assolutamente”.

Una storia incredibile. Saluto Antonella e me ne torno a casa ripensando all’immane lavoro che in tutti questi anni è riuscita a fare certo che ci risentiremo spesso alla riapertura del prossimo caso.


Alberto Bonato

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