Quando muovevo i primi passi nel settore, l’Italia non era un semplice osservatore: era riconosciuta a livello mondiale come una potenza nella progettazione delle infrastrutture di rete. Le nostre competenze erano richieste da Buenos Aires a Tel Aviv, dai Balcani fino al Nord Europa. Non eravamo follower: eravamo pionieri.
Oggi, però, quel ruolo si è offuscato. Decisioni guidate dalla pressione dei risultati finanziari a breve termine hanno messo in ombra la strategia tecnica di lungo periodo. Eppure, in un mondo che sta ridefinendo la sovranità digitale, la buona notizia è che l’Italia può tornare a essere protagonista.
Un recente articolo di Wired sul “splinternet” russo e l’analisi di Enrique Amestoy per Rebelión ci impongono una riflessione più ampia. Il tema della sovranità tecnologica – «Senza sicurezza informatica non c’è sicurezza nazionale; senza informatizzazione non c’è modernizzazione», sentenziava Xi Jinping nel 2013 – è ormai centrale nel dibattito geopolitico globale.
I paesi BRICS stanno infatti tracciando un percorso parallelo: investono in infrastrutture autonome come
- cavi sottomarini alternativi,
- data center regionali,
- piattaforme digitali proprie (dal sistema operativo HarmonyOS a sistemi come Beidou e Aadhaar),
- un sistema di pagamento federato chiamato BRICS Pay, pensato per affrancarsi dalla dominanza del dollaro e dalle reti come SWIFT .
Di fronte a queste dinamiche, l’Italia può offrire ciò che da tempo manca: una competenza radicata in un approccio sistemico, maturata da ingegneri con pensiero laterale, esperienza internazionale, rigore tecnico e capacità di costruire infrastrutture resilienti e sostenibili.
Il rischio concreto è che questa scuola venga dimenticata. Gli “ingegneri senior”, in grado di progettare reti robusti, capaci di tollerare guasti e garantire continuità, sono stati spesso marginalizzati nella ricerca dell’efficienza immediata. Come ricordava un grande collega: «Le reti sono come i ponti: servono ingegneri, non solo project manager.»
Dove riemerge il nostro valore competitivo
- Copertura FTTH in rapido sviluppo: ad oggi, in Italia la fibra fino a casa (FTTH) raggiunge oltre il 70 % delle famiglie, secondo Telecompaper, mentre Open Fiber ha connesso 14,7 milioni di unità immobiliari .
- Sfide nel rollout: circa metà degli edifici target non sono stati ancora coperti – il governo valuta di affidare parte dei lavori da Open Fiber a FiberCop per accelerare i progetti legati al PNRR .Questi dati evidenziano che l’Italia non è ferma, ma il potenziale di innovazione rimane in parte inespressa.
Le leve per un nuovo progetto nazionale e mediterraneo
- Ripristinare un protagonismo tecnico: con formati ibridi di formazione superiore tra Politecnico, atenei e istituti internazionali (compresi laboratories condivisi con partner UE), focalizzati su infrastrutture strategiche e tecnologie federate.
- Promuovere modelli digitali europei come Gaia-X: un ecosistema di dati federati, trasparenti, interoperabili, basato su valori europei . Un modello che può dialogare con l’analogo approccio dei BRICS, ma declinato in chiave democratica.
- Puntare sulla governance multilivello: con trasparenza, regole chiare, auditabile e open, evitando i rischi di stakeholder concentrati o fidelità artificialmente imposte.
- Valorizzare la geopolitica infrastrutturale del Mediterraneo: il mare non è solo un confine, ma può diventare un ponte digitale tra Europa e Sud del mondo.
In conclusione, l’Italia ha ancora le risorse e la tecnologia per ricostruirsi un’identità come architetto delle reti globali. La trasformazione non è una fuga dal presente, è il modo migliore per influenzare il futuro. Serve volontà politica, investimenti mirati e il ritorno alla cultura del progetto: solo così torneremo a dare forma, con orgoglio, alle infrastrutture digitali che contano.
Un articolo piu’ dettagliato l’ho scritto su linkedin al link: https://www.linkedin.com/pulse/ritorno-alla-leadership-la-grande-occasione-nella-delle-schiaroli-gkn4f
