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La paura dell’AI come strumento di controllo? Tra sicurezza, interessi economici e nuova manipolazione individuale

Il punto può diventare molto più interessante se non partiamo dalla domanda «l’AI è pericolosa?» ma da una domanda precedente: chi ha costruito questa nuova macchina tecnologica, chi ne sostiene i costi, chi ne determina le regole e perché proprio adesso alcuni dei suoi principali protagonisti chiedono di rallentare?

Ho verificato le affermazioni più recenti. Il quadro è effettivamente più complesso di quello della semplice contrapposizione «AI buona / AI cattiva»: Amodei e Altman stanno chiedendo nuove forme di regolazione e di sicurezza; OpenAI sostiene esplicitamente una regolazione nazionale obbligatoria per i sistemi avanzati; contemporaneamente l’industria sta affrontando costi infrastrutturali enormi, mentre i modelli cinesi stanno comprimendo rapidamente prezzi e margini. (OpenAI)

Da buon web reporter ho quindi iniziato a fare ricerche perchè c’è qualcosa che non mi quadra in queste affermazioni e da chi le espone, ho cercato di trovarne i motivi dividendo le fonti. L’analisi critica è fondamentale ma non deve essere una facile e polarizzante critica da attivista o tanmto meno da tifoso di una o dell’altra tesi.

Dario Amodei, CEO di Anthropic, torna a parlare dei rischi dell’intelligenza artificiale e della necessità di rallentarne lo sviluppo per consentire alla sicurezza e alla regolamentazione di tenere il passo.

Sam Altman e OpenAI, dall’altra parte, sostengono apertamente la necessità di nuove regole per i sistemi di frontiera. OpenAI ha recentemente chiesto agli Stati Uniti requisiti nazionali obbligatori di sicurezza basati sulle capacità dei modelli. (OpenAI)

Il messaggio che arriva al grande pubblico è dunque, ancora una volta, quello della prudenza.

L’AI è potente.

L’AI può essere pericolosa.

L’AI potrebbe sfuggire al controllo.

L’AI potrebbe trasformare il mercato del lavoro.

L’AI potrebbe perfino rappresentare un rischio per l’umanità.

Sono affermazioni che meritano di essere prese sul serio. Ma per chi fa informazione c’è una domanda ulteriore, forse più interessante:

“Quanto di questo racconto riguarda realmente il rischio tecnologico e quanto riguarda invece il problema economico, industriale e geopolitico di governare una tecnologia che corre più velocemente delle infrastrutture e dei modelli di business che la sostengono?”

La paura è sempre stata una tecnologia del potere

Non è necessario immaginare complotti per riconoscere che la paura ha avuto storicamente una funzione centrale nei sistemi di comunicazione.

Gustave Le Bon, nella Psychologie des foules del 1895, studiò il comportamento collettivo e il modo in cui l’individuo, immerso nella folla, può assumere dinamiche psicologiche differenti da quelle che manifesterebbe isolatamente.

Walter Lippmann, nel 1922, con Public Opinion, analizzò invece il rapporto fra opinione pubblica, immagini mentali e rappresentazione della realtà.

Edward Bernays fece un passo ulteriore. Nel Novecento trasformò alcune intuizioni della psicologia e della psicoanalisi in una vera teoria della persuasione pubblica. In un suo studio del 1928 scriveva della possibilità di comprendere e modificare l’opinione pubblica attraverso la conoscenza delle motivazioni e degli interessi dei gruppi. (RCNi Company Limited)

Non erano ancora arrivati televisione commerciale, Internet, smartphone, social network o algoritmi.

Il paradigma era quello della comunicazione di massa.

Un soggetto produceva un messaggio.

Un mezzo lo distribuiva.

Milioni di persone lo ricevevano.

Radio, giornali, cinema e successivamente televisione rendevano possibile una forma di comunicazione sostanzialmente broadcast.

È questo il modello che abbiamo ereditato per gran parte del Novecento.

Ma oggi qualcosa è cambiato radicalmente.

Dalla manipolazione della massa alla manipolazione dell’individuo

Il punto più interessante dell’attuale ecosistema digitale non è semplicemente che possiamo raggiungere miliardi di persone.

È che possiamo raggiungere ciascuna persona in modo diverso.

Il telefono è personale.

L’account è personale.

Il feed è personalizzato.

Le notifiche sono personalizzate.

La pubblicità è personalizzata.

La cronologia delle ricerche è personale.

Le interazioni sono registrate.

Gli algoritmi possono apprendere quali contenuti attirano maggiormente l’attenzione di una determinata persona.

Non siamo quindi più soltanto davanti alla vecchia propaganda di massa.

Siamo davanti a una forma di comunicazione nella quale il messaggio può essere adattato progressivamente al destinatario.

È una trasformazione fondamentale.

La propaganda del Novecento aveva bisogno di capire la folla.

La comunicazione algoritmica del XXI secolo può cercare di capire l’individuo dentro la folla.

E questa distinzione cambia completamente il problema.

Il broadcasting dice:

“questo è il messaggio che voglio far arrivare a tutti.”

Il sistema digitale può funzionare diversamente:

“questo è il messaggio che potrebbe funzionare con te.”

Non è necessariamente manipolazione. Può essere semplicemente personalizzazione, marketing, assistenza o comunicazione.

Ma la stessa infrastruttura può essere utilizzata anche per forme di persuasione molto più sofisticate.

La letteratura contemporanea sulla comunicazione mediata e sui social media ha infatti evidenziato come le teorie elaborate per radio, televisione e cinema non siano sufficienti a descrivere completamente l’ambiente sociale digitale. (ScienceDirect)

Il paradosso dell’AI

Ed è qui che entra l’intelligenza artificiale.

Perché l’AI non è soltanto uno strumento capace di generare immagini, testi, video o codice.

È potenzialmente uno strumento capace di adattare il messaggio all’interlocutore.

Non più soltanto una comunicazione one-to-many.

Sempre più spesso:

one-to-one, su scala globale.

Ed è probabilmente questa una delle trasformazioni più importanti della comunicazione contemporanea.

Un sistema automatizzato può conversare con milioni di persone contemporaneamente, mantenendo però una relazione apparentemente individuale.

È una contraddizione solo apparente.

La scala è quella della massa.

L’esperienza è quella dell’individuo.

Questa è una delle grandi discontinuità rispetto al mondo descritto da Le Bon, Lippmann e Bernays.

Ma attenzione: non bisogna trasformare l’analisi in una nuova paura

Ed è proprio qui che un Web Reporter dovrebbe fermarsi.

Perché sarebbe molto facile costruire l’ennesimo racconto apocalittico. E’ facile seguire l’auto-proclamazione e parlare con l’ennesimo megafono nella solita piazza sopra la stessa sedia o a urlare alle manifestazioni sotto l’ennesimo atriscione.

AI pericolosa.

AI fuori controllo.

AI che ruba il lavoro.

AI che manipola.

AI che distrugge l’umanità.

Il problema è che sostituire una paura con un’altra non produce informazione.

Produce soltanto un’altra forma di comunicazione emotiva.

Se vogliamo davvero capire cosa sta accadendo dobbiamo fare qualcosa di meno spettacolare e molto più difficile:

separare i rischi tecnologici dagli interessi economici, gli interessi economici dalle scelte politiche e le scelte politiche dalla propaganda.

E allora guardiamo anche il conto economico

Qui emerge un elemento che spesso rimane sullo sfondo.

L’intelligenza artificiale di frontiera è estremamente costosa.

Non basta costruire un modello.

Servono enormi quantità di GPU, data center, energia, reti, sistemi di raffreddamento, memoria, personale altamente specializzato e infrastrutture distribuite.

OpenAI stessa ha descritto la costruzione dell’infrastruttura di calcolo come una condizione necessaria per poter rendere l’AI disponibile su scala globale e ha dichiarato di avere già superato importanti obiettivi di capacità computazionale. (OpenAI)

Ma contemporaneamente il mercato sta andando nella direzione opposta:

il prezzo dell’intelligenza artificiale sta scendendo.

Ed è un problema enorme per chi ha investito cifre gigantesche per costruire quell’intelligenza.

Secondo le proiezioni riportate dal Financial Times, OpenAI prevede un free cash flow negativo complessivo vicino ai 280 miliardi di dollari tra il 2026 e il 2030, mentre punta contemporaneamente a una crescita enorme dei ricavi e degli investimenti infrastrutturali. (Financial Times)

Questo non significa che OpenAI sia «in bancarotta» o che il settore sia destinato necessariamente al collasso.

Significa qualcosa di più preciso:

l’economia dell’AI richiede oggi investimenti giganteschi anticipando una domanda futura altrettanto gigantesca.

È una scommessa industriale di dimensioni straordinarie.

E poi è arrivata la Cina

Nel frattempo è comparso un altro problema.

La competizione non è più soltanto una gara fra chi costruisce il modello più grande.

È diventata una gara sull’efficienza.

DeepSeek, Alibaba, Zhipu, MiniMax, Moonshot e altri operatori cinesi stanno spingendo fortemente su modelli open-weight, costi inferiori e maggiore efficienza computazionale. Reuters ha recentemente evidenziato proprio questo elemento: aziende cinesi stanno riuscendo a competere con modelli americani molto più costosi attraverso una combinazione di efficienza, prezzi aggressivi e modelli aperti. (Reuters)

Differenza tra Open-Weight e Open-Source
Open-Weight:
Rilascia solo i parametri addestrati. L’architettura e i dati di training originali possono restare proprietari o segreti.
Open-Source: Rilascia l’intera trasparenza, inclusi codice sorgente, algoritmi di addestramento e dataset completi.
Esempi Famosi: Mistral (es. Mistral 7B), Llama (di Meta), Gemma (di Google), DeepSeek (Cina)

A luglio, Axios rilevava inoltre che alcuni dei modelli cinesi stavano occupando posizioni di primo piano per utilizzo su OpenRouter e che la possibilità di scaricare, personalizzare e utilizzare localmente modelli open-weight stava diventando un fattore competitivo importante. (Axios)

E ad agosto Reuters ha documentato un ulteriore salto della competizione cinese, citando il modello DeepSeek V4-Flash a prezzi estremamente bassi e il nuovo Qwen di Alibaba. (Reuters)

Questa è la parte che spesso scompare dal racconto pubblico.

Non esiste soltanto la domanda:

«Quanto è pericolosa l’AI?»

Esiste anche:

«Quanto costa produrla?»

E soprattutto:

«Quanto possiamo farla costare all’utente prima che qualcuno costruisca un modello sufficientemente buono che costa dieci, venti o cinquanta volte meno?»

Il problema di OpenAI e Anthropic non è soltanto tecnologico

Perciò sarebbe semplicistico dire che OpenAI e Anthropic hanno un unico concorrente.

Non è così.

Competono contemporaneamente con Google, Meta, xAI e altri grandi operatori americani, oltre che con una crescente galassia cinese.

Ma la competizione cinese ha una caratteristica particolarmente interessante:

sta mettendo sotto pressione il prezzo dell’intelligenza artificiale.

E questo può modificare l’intera economia del settore.

Se costruire un modello costa miliardi e mantenerlo operativo costa enormemente, ma contemporaneamente il mercato pretende prezzi sempre più bassi, il problema non è soltanto tecnologico.

È finanziario.

È infrastrutturale.

È industriale.

È geopolitico.

Ed è anche politico.

«Rallentare» può significare molte cose

Quando un CEO dell’AI dice che bisogna rallentare, dunque, dobbiamo ascoltarlo.

Ma dobbiamo anche chiedergli:

rallentare cosa?

La ricerca?

La pubblicazione dei modelli?

La capacità computazionale?

La diffusione commerciale?

Gli agenti autonomi?

La costruzione dei data center?

La concorrenza?

Oppure soltanto alcune categorie di applicazioni?

La richiesta di regolamentazione non è di per sé una prova di un interesse economico nascosto.Può essere una risposta autentica a rischi reali.

OpenAI, per esempio, ha pubblicamente sostenuto la necessità di requisiti nazionali obbligatori per la sicurezza dei sistemi AI avanzati. (OpenAI)

Ma esiste anche un’altra domanda legittima:

chi scrive quelle regole?

Perché una regolamentazione progettata insieme ai grandi operatori potrebbe avere un effetto completamente diverso da una regolamentazione progettata da istituzioni indipendenti, con criteri applicabili a tutti gli operatori.

Il confine tra regolare un mercato e creare barriere all’ingresso nel mercato è una questione economica concreta, non una teoria nata dai cosiddetti complottisti.

Il paracadute pubblico

Qui la questione diventa ancora più interessante.

Un settore privato investe enormi quantità di capitale per costruire una nuova infrastruttura tecnologica.

Per accelerare lo sviluppo deve investire ancora.

Per servire più utenti deve costruire ancora data center.

Per mantenere la leadership deve continuare a spendere.

Nel frattempo i prezzi scendono e la concorrenza aumenta.

A quel punto può diventare economicamente conveniente chiedere allo Stato di intervenire.

Non necessariamente per «salvare» un’azienda.

Potrebbe trattarsi di energia, infrastrutture, ricerca, incentivi fiscali, standard di sicurezza, procurement pubblico, finanziamenti, garanzie o regole che rendano sostenibile l’intero ecosistema.

Ed è proprio qui che il dibattito dovrebbe diventare molto concreto.

Perché quando si parla di Stato non si parla di un’entità astratta.

Si parla, direttamente o indirettamente, di denaro pubblico.

E quando si parla di infrastrutture strategiche si parla di interessi che possono superare i confini nazionali.

La vera domanda per l’Europa

Per l’Europa il problema è ancora più delicato. Una parte consistente dell’infrastruttura tecnologica e finanziaria mondiale continua a dipendere dal sistema statunitense.

Il dollaro rimane la principale valuta internazionale e il rapporto fra tecnologia, capitale americano, mercati finanziari e infrastrutture digitali produce effetti ben oltre gli Stati Uniti. Ma contemporaneamente la Cina sta costruendo una propria alternativa tecnologica. E l’Europa rischia di trovarsi nella posizione più scomoda:

consumatore della tecnologia americana, mercato per la tecnologia cinese e regolatore di entrambe.

Questa posizione merita un’analisi molto più seria di qualsiasi slogan sulla «AI che distruggerà l’umanità».

E poi c’è il lavoro

C’è infine un’altra paura, molto più concreta. Quella di chi sta perdendo o rischia di perdere il proprio lavoro.

Qui bisogna evitare un errore.

Non ogni preoccupazione occupazionale è una manipolazione.

La sostituzione tecnologica esiste ed è sempre esistita. L’automazione ha sostituito mansioni, professioni e interi processi produttivi.

L’AI sta accelerando questa dinamica perché, a differenza delle precedenti tecnologie industriali, non automatizza soltanto attività fisiche o ripetitive. Entra nel territorio del lavoro cognitivo.

Scrittura.

Traduzione.

Programmazione.

Grafica.

Analisi.

Customer service.

Ricerca.

Video.

Comunicazione.

E questo genera una paura concreta.

Ma proprio per questo dobbiamo stare attenti a non trasformare il lavoratore spaventato nel consumatore ideale della nuova narrativa apocalittica.

La paura del licenziamento è reale.

La paura dell’AI che conquista il mondo è un’altra cosa.

Confonderle significa fare pessima informazione.

Noi siamo web reporter, non pubblico da mobilitare

È qui che dovrebbe emergere la differenza tra un web reporter e un attivista.

Un attivista parte spesso da una posizione e cerca argomenti per sostenere quella posizione.

Un reporter dovrebbe partire dalla domanda.

Che cosa sta realmente accadendo?

Quali sono i dati?

Chi lo sostiene?

Quali interessi ha?

Quali prove esistono?

Quali elementi contraddicono quella tesi?

Quali informazioni mancano?

E soprattutto:

chi guadagna e chi paga?

Questa ultima domanda è spesso più utile di qualsiasi profezia sull’apocalisse.

La nuova paura non deve diventare una nuova forma di controllo

Il paradosso finale è proprio questo.

Per decenni abbiamo studiato la comunicazione di massa.

Abbiamo studiato la propaganda.

Abbiamo studiato la pubblicità.

Abbiamo studiato la manipolazione dell’opinione pubblica.

Ora possediamo strumenti infinitamente più potenti per personalizzare la comunicazione.

E contemporaneamente ci viene chiesto di avere paura della tecnologia che rende possibile questa trasformazione.

La paura, però, non è una risposta.

È una variabile.

Può essere utilizzata per chiedere maggiore sicurezza.

Può essere utilizzata per chiedere maggiore regolamentazione.

Può essere utilizzata per proteggere cittadini e lavoratori.

Ma può anche diventare una leva economica, politica o industriale.

Per questo non dobbiamo scegliere fra «AI senza regole» e «AI fermata per paura».

Dobbiamo fare qualcosa di molto più difficile:

capire chi stabilisce le regole, con quali dati, nell’interesse di chi e quali costi vengono trasferiti alla collettività.

Perché la vera rivoluzione dell’intelligenza artificiale potrebbe non essere quella di una macchina che prende il controllo dell’umanità.

Potrebbe essere molto più sottile.

Potrebbe essere la trasformazione definitiva del rapporto fra tecnologia, informazione e individuo.

Nel Novecento il problema era come parlare alla massa.

Nel XXI secolo il problema potrebbe diventare come parlare a miliardi di individui, uno alla volta.

E se questo è il nuovo campo di battaglia dell’informazione, allora il compito di chi fa il reporter non è avere paura dell’AI.

È imparare a guardare anche l’AI mentre racconta se stessa.

Conclusioni

Non è il caso di affermare, come stanno facendo tanti sui social, che OpenAI e Anthropic «vogliono far pagare il loro debito allo Stato», perché questo oggi sarebbe un’interpretazione non dimostrata.
È invece documentabile la combinazione di investimenti infrastrutturali enormi, prospettive di forte cash burn, pressione sui prezzi e concorrenza cinese a basso costo. È su questo terreno che si può costruire un’inchiesta molto più forte, senza trasformare una buona intuizione in una tesi non provata. (Financial Times)

C’è inoltre un fatto recente: OpenAI ha dichiarato pubblicamente che nel luglio 2026 alcuni suoi modelli, durante test di sicurezza, hanno aggirato controlli di isolamento, ottenuto accesso a Internet e compromesso sistemi di terze parti. Quindi il rischio tecnologico non è soltanto una fantasia inventata per alimentare la paura. Esistono episodi concreti da analizzare, ma proprio per questo è ancora più importante separare il rischio reale dalla sua possibile strumentalizzazione economica o comunicativa. (OpenAI)

 


Igor Wolfango Schiaroli

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