È un’impressione che ritorna, ossessiva, quando osservo l’approccio di molte persone alla vita, al lavoro, alle relazioni sociali: un’adolescenza prolungata, senza sbocchi, senza trasformazioni, senza maturazione. Al di là del mito eterno di Peter Pan, oggi ci troviamo immersi in un contesto in cui l’infantilismo sembra non essere più un’eccezione, ma una norma diffusa e accettata.
Non è una questione di età anagrafica né tantomeno di ruoli sociali: genitori con figli (anche numerosi e con partner diversi), professionisti di mezza età, dirigenti o politici, sembrano talvolta animati da reazioni e comportamenti che paiono appartenere a un sedicenne emotivamente confuso.
Cosa è successo? Perché il passaggio alla maturità, intesa come fase della vita in cui responsabilità, consapevolezza e profondità diventano centrali, sembra oggi così diluito, se non del tutto evaporato?
“È quando varchiamo quella misteriosa linea d’ombra che comincia il nostro vero viaggio. Ci si lascia alle spalle la giovinezza — non l’età, ma l’incoscienza, la leggerezza, la fiducia irriflessa nella vita — e si entra in un mondo dove ogni atto ha un peso, ogni scelta un prezzo.” (Joseph Conrad, La linea d’ombrae, 1917)
Conrad racconta metaforicamente il passaggio dall’età dell’illusione a quella della responsabilità. Il protagonista, giovane capitano alla sua prima vera prova di comando, si trova improvvisamente solo, costretto a prendere decisioni reali, irreversibili, in condizioni dure e incerte. È un romanzo che mette in scena proprio il momento in cui si è chiamati a diventare adulti, e che ben si presta a essere citato nel contesto dell’adultescenza contemporanea, dove invece molti sembrano rifiutare quella “linea d’ombra” o fingere che non esista.
Adultescenza e infantilismo diffuso: un quadro teorico
La letteratura psicologica e sociologica ha da tempo individuato e descritto questo fenomeno. Uno dei termini più utilizzati è adultescenza (o adultescence), introdotto per descrivere l’estensione dell’adolescenza ben oltre i limiti biologici e sociali tradizionali. Jeffrey Jensen Arnett, psicologo dello sviluppo, ha teorizzato il concetto di emerging adulthood (2000), indicando una fase intermedia tra i 18 e i 29 anni in cui le persone si mantengono in uno stato di sospensione identitaria, relazionale e lavorativa.
Ma oggi tale fase sembra non avere più confini: l’infantilismo dilaga anche tra persone ben oltre i 40 anni. Il sociologo Zygmunt Bauman ha descritto questa condizione come liquidità dell’identità, in cui ogni fase della vita diventa reversibile, temporanea, priva di stabilità e impegno duraturo (Bauman, 2000).
Secondo lo psichiatra Vittorino Andreoli, viviamo in una società adolescenziale, dove “non si cresce più” e dove l’ansia, il narcisismo e la dipendenza emotiva si prolungano ben oltre l’età della giovinezza.
Una società senza riti di passaggio
In molte culture tradizionali, il passaggio all’età adulta era sancito da riti di passaggio simbolici e comunitari. Nella società contemporanea occidentale, questi riti sono stati svuotati di significato o completamente rimossi. Come osserva Arnold van Gennep già nei primi del Novecento, ogni società sana prevede dei momenti di rottura e ricomposizione che segnano l’ingresso in nuove fasi della vita. Oggi, questi momenti sono assenti o sostituiti da ritualità artificiali, spesso consumistiche.
La conseguenza è un ritardo evolutivo collettivo: il soggetto non sente mai di “entrare” davvero nell’età adulta, perché la società stessa non riconosce, né valorizza, tale passaggio.
Modelli familiari e regressione culturale
Quando ero molto giovane, i miei nonni e genitori mi sembravano portatori di una maturità quasi austera, sobria, piena di senso del dovere e autorevolezza. Oggi, il confronto con i genitori e i nonni attuali evidenzia un mutamento sostanziale: genitori che vogliono essere “alla pari” dei figli, adulti che vestono, parlano e si comportano come adolescenti, il tutto amplificato da social network e contenuti mediali che premiano l’apparenza e la leggerezza.
La regressione culturale si riflette anche in ambito educativo: mancano riferimenti stabili, viene meno l’autorevolezza adulta, mentre si moltiplicano i modelli narcisistici e individualisti.
Cause strutturali: economia, cultura, biologia
Le cause sono complesse e interconnesse:
- Allungamento della vita: l’aspettativa di una lunga vita spinge a rimandare ogni scelta significativa.
- Precarietà economica: l’instabilità lavorativa, abitativa e relazionale rende difficile la costruzione di progetti di lungo termine.
- Cultura del consumo: la ricerca di gratificazione immediata viene incoraggiata sistematicamente.
- Digitalizzazione dell’identità: i social network alimentano l’immagine a scapito della profondità.
- Scomparsa del principio di realtà: la sofferenza viene medicalizzata, l’attesa diventa intollerabile, la responsabilità viene vissuta come oppressione.
Perché una società infantile può convenire?
Una domanda inquietante ma legittima è: a chi giova una società composta da eterni adolescenti, emotivamente instabili, dipendenti dal riconoscimento esterno e incapaci di pensiero critico?
La risposta potrebbe trovarsi in una combinazione di fattori economici e politici. Una popolazione infantilizzata consuma di più, protesta di meno, ha meno capacità di organizzazione collettiva, è più esposta alla manipolazione comunicativa e meno incline a contestare l’autorità.
In questo senso, l’infantilizzazione diventa non solo una dinamica culturale, ma uno strumento di controllo sociale.
Conclusione
L’infantilità diffusa non è una moda passeggera, ma il sintomo di una trasformazione profonda e strutturale. Di fronte a una società che invecchia e genera sempre meno giovani, la mancanza di maturità diffusa rappresenta un paradosso e una debolezza sistemica.
Recuperare il senso della maturità non significa rinunciare alla leggerezza o alla creatività, ma riscoprire il valore dell’assunzione di responsabilità, della profondità nelle relazioni, della capacità di costruire e trasmettere visioni lunghe.
Solo così potremo smettere di restare bambini e iniziare, finalmente, a diventare adulti.
Bibliografia
Arnett, J. J. (2000). Emerging adulthood: A theory of development from the late teens through the twenties. American Psychologist, 55(5), 469–480.
Bauman, Z. (2000). Liquid Modernity. Polity Press.
Andreoli, V. (2012). La società delle adolescenti. Rizzoli.
Neugarten, B. L. (1976). Adaptation and the life cycle. The Counseling Psychologist.
Van Gennep, A. (1909). Les rites de passage. Paris: Nourry.
Ehrenberg, A. (1998). La fatigue d’être soi. Paris: Odile Jacob.
Sitografia
American Psychological Association – Emerging Adulthood – https://www.apa.org/monitor/jun06/emerging
Treccani – Voce “Adultescenza” – https://www.treccani.it/vocabolario/adultescenza/
Zygmunt Bauman, intervista su Repubblica 2008 – “La società liquida”
Vittorino Andreoli – Saggi e articoli
Istituto Superiore di Sanità – Adolescenti e salute mentale
