Milano ama raccontarsi come capitale morale dell’efficienza, laboratorio del futuro, città dove “se vuoi puoi”. Poi arrivano i numeri e incrinano la narrazione. Nel 2025 Milano è la terza città al mondo per spesa su OnlyFans: oltre 58 milioni di dollari in un anno, secondo i dati raccolti da OnlyGuider nel report OnlyFans Wrapped 2025. Davanti ci sono solo Atlanta e Orlando. Nessuna metropoli europea fa peggio, o meglio, a seconda di come si voglia leggere la classifica.
L’Aperitivo a Milano è sempre più digitale.
Tra fatturati record e solitudini urbane, il capoluogo lombardo scopre che l’intimità è il nuovo asset finanziario. Così di questi tempi, a Milano, non si nega un aumento di fatturato a nessuno. Ma che la “Madunina” si trovasse a svettare sul podio globale del consumo di contenuti adult-only, subito dopo colossi del calibro di Atlanta e Orlando, ha fatto alzare più di un sopracciglio nei salotti buoni della finanza. Secondo il report OnlyFans Wrapped 2025 (elaborato su dati OnlyGuider), Milano ha bruciato oltre 58 milioni di dollari in un anno sulla piattaforma.
Non è solo un dato piccante da sbandierare su un tabloid; è un indicatore macroeconomico. Parliamo di 36,5 euro pro capite – neonati e centenari inclusi – investiti in quella che potremmo definire “la dematerializzazione del desiderio“. Mentre il resto d’Italia discute di inflazione e carrello della spesa, Milano fattura. Anche nell’eros.
La metropoli del “tutto e subito”
Milano, geograficamente parlando, è un paradosso. Con i suoi 181 km², potrebbe essere contenuta per sei volte dentro il territorio di Roma. Eppure, in questo “grande quartiere” iper-denso, si sprigiona un’energia cinetica che non ha eguali in Europa. Qui il tempo non è denaro: il tempo è un’ossessione.
Come teorizzava Georg Simmel ne Le metropoli e la vita dello spirito, l’abitante della grande città sviluppa un organo protettivo, l’atteggiamento blasé, per difendersi dall’eccesso di stimoli. A Milano, nel 2025, questo scudo si è evoluto in una transazione: non ho tempo per corteggiarti, non ho lo spazio mentale per il rischio di un rifiuto al bancone di un bar in zona Gae Aulenti, quindi compro la tua attenzione con un abbonamento tier-1.
La Sociologia del “Like” a Partita IVA
Non commettiamo l’errore di derubricare il fenomeno a semplice voyeurismo. Siamo di fronte alla massima espressione della “corrosione del carattere” descritta da Richard Sennett (L’uomo flessibile). In un ecosistema dove il lavoro è diventato liquido, smart e perennemente monitorato, anche la sfera affettiva subisce un processo di colonizzazione da parte del mercato.
“La modernità avanzata non si limita a produrre merci; trasforma l’umano in un inventario di asset monetizzabili.”
A Milano, se non produci valore, sei trasparente. Questa mentalità ha generato un cortocircuito: se il mio tempo libero deve essere “produttivo”, allora anche il mio relax deve essere efficiente. L’interazione su OnlyFans è l’efficienza suprema: è una relazione on-demand, priva delle frizioni del reale, dei silenzi imbarazzanti e delle responsabilità del post-serata. È l’intimità trattata come un Future in borsa: scommetto sul contenuto, ottengo il payoff emotivo, chiudo la posizione.
Il paradosso della densità: soli in Circonvallazione
C’è un’ironia sottile nel vedere Milano scalare le classifiche mondiali della spesa digitale proprio mentre si conferma regina del networking fisico. Le strade sono piene, i locali sono sold-out, eppure la spesa per la “compagnia sintetica” vola del 20% in un solo anno.
La verità è che la città è diventata un enorme ufficio a cielo aperto dove la vulnerabilità è vista come un bug del sistema. Come direbbe Zygmunt Bauman, siamo passati dall’amore liquido all’amore “as-a-service”. In un contesto urbano dove ogni gesto è una performance, dalla scelta del brand di caffè al post su LinkedIn sul “mindset vincente“, la piattaforma offre l’unico spazio dove il desiderio non deve essere mediato da una maschera sociale di successo. O meglio, dove la maschera la paghi direttamente in dollari.
Economia dell’Attenzione: se il desiderio diventa PIL
Dal punto di vista economico, Milano si conferma un nodo di flussi internazionali. Quei 58 milioni di dollari sono una fuga di capitali o un investimento nel benessere psicologico (seppur surrogato) della forza lavoro più produttiva d’Italia?
La Creator Economy ha trovato sotto il Duomo il suo terreno più fertile perché Milano è l’unica città italiana che ha interiorizzato il concetto di “self-branding“. Qui, l’idea che il corpo o la propria immagine possano essere una startup non scandalizza nessuno; fa curriculum. È l’estremizzazione del modello neoliberista: l’individuo diventa un’impresa, e come ogni impresa, cerca di massimizzare il ROI (Return on Investment) delle proprie risorse biologiche e relazionali.
Un campanello d’allarme al neon
Milano non è Berlino, dove il welfare e una certa indolenza creativa permettono ancora spazi di socialità gratuita. Milano è una macchina da corsa che non prevede soste. Il record su OnlyFans è il segnale che la macchina sta surriscaldando: quando il denaro diventa l’unico lubrificante possibile per le relazioni umane, significa che abbiamo smesso di abitare la città e abbiamo iniziato a consumarla.
Siamo ricchi, ricchissimi, ma probabilmente abbiamo bisogno di un abbonamento mensile per sentirci meno soli in metropolitana. Forse, tra un Wrapped e l’altro, varrebbe la pena chiedersi se valga ancora la pena di investire in qualcosa che non abbia un tasto “Subscribe” o un gateway di pagamento sicuro.
L’Eccezione Ambrosiana del Mercato del Desiderio: Milano e Capitali Europee
Il dato dei 58 milioni di dollari spesi a Milano nel 2025 ha lasciato stupite molte persone, ma credo che sia nell’analisi comparativa che il fenomeno assuma contorni quasi inquietanti. Mentre la città del Duomo scala la classifica mondiale piazzandosi al terzo posto per intensità di spesa (subito dopo i poli statunitensi di Atlanta e Orlando), il resto d’Europa risponde con velocità e sfumature diverse. Milano non è solo la prima in Italia; è l’anomalia del Vecchio Continente.
Londra: La maturità di un mercato saturo
Londra rimane, in termini assoluti, il mercato più grande d’Europa per volume totale di transazioni. Tuttavia, la capitale britannica mostra segni di “stanchezza da piattaforma”. Qui, la crescita su OnlyFans si è assestata su un modesto +2% annuo.
A Londra il fenomeno è ormai istituzionalizzato, parte integrante di una gig economy che ha già divorato tutto il divorabile. A Milano, invece, l’impennata del 20% suggerisce una fase di “scoperta vorace”. Se Londra è il veterano cinico, Milano è l’entusiasta neofita che ha appena scoperto come trasformare la solitudine in un servizio in abbonamento Premium.
Parigi e Berlino: Resistenza culturale o diverso pudore?
I dati di Parigi e Berlino dipingono uno scenario differente. Nonostante siamo di fornte ad un’alto potere d’acquisto, la spesa pro capite in queste città, vere e proprie metropoli, è decisamente inferiore a quella della più piccola Milano.
Parigi: La capitale francese mantiene una spesa più orientata verso l’economia dell’esperienza fisica (ristorazione, cultura, eventi). La sociologia francese sembra opporre una resistenza “estetica” alla mercificazione digitale integrale dell’intimità.
Berlino: Qui la cultura urbana è ancora profondamente influenzata da spazi di socialità non mediata e da un welfare culturale diffuso. Il tempo libero a Berlino ha ancora un valore d’uso non sempre convertibile in valore di scambio digitale.
Milano, al contrario, appare come la città europea che più di ogni altra ha abbracciato il modello americano: una fusione totale tra iper-lavoro e iper-consumo digitale, dove la mancanza di tempo “reale” viene compensata dalla disponibilità di reddito da spendere in “esperienze simulate”.
Il derby interno: Milano vs Roma
Il confronto con Roma è forse il più impietoso dal punto di vista della sociologia del lavoro. Roma, con una superficie sei volte superiore, registra una spesa totale che non raggiunge nemmeno la metà di quella milanese.
In questo divario leggiamo la differenza tra due modelli di esistenza:
Roma è una città orizzontale, dove la socialità è ancora legata alla prossimità fisica, ai tempi dilatati (spesso subiti) e a una struttura economica meno dipendente dalle metriche di performance digitale.
Milano è una città verticale e compressa, dove il “tempo perso” nel traffico o in una relazione complessa è visto come un costo opportunità.
Per un milanese, pagare 20 euro al mese per l’interazione con un creator è un’operazione di ottimizzazione del tempo. Per un romano, è spesso un concetto ancora estraneo a una cultura che predilige il rito lento del caffè o della piazza.
Il Fisco non va in vacanza (nemmeno su OnlyFans)
Se i milanesi hanno bruciato 58 milioni di dollari sulla piattaforma, lo Stato italiano non è rimasto a guardare dalla finestra. Dal punto di vista fiscale, il 2025 ha segnato lo spartiacque definitivo: la fine del “Far West” digitale.
Oggi, un creator basato all’ombra della Madonnina non è più un “hobbista del selfie”, ma un’unità produttiva sottoposta a una pressione fiscale che farebbe impallidire un industriale del tessile. L’impatto fiscale di questi 58 milioni può essere sezionato in tre grandi aree:
L’imposta Etica (La “Porno Tax”): introdotta originariamente per il materiale pornografico cartaceo e televisivo, dal 2025 l’Agenzia delle Entrate ha blindato l’applicazione dell’addizionale del 25% anche sui ricavi da piattaforme come OnlyFans. Questa tassa si somma all’IRPEF ordinaria, portando l’aliquota marginale per i top creator oltre la soglia psicologica del 60%.
L’IVA e il nuovo Codice ATECO: con l’introduzione del codice specifico 73.11.03 (Attività di influencer marketing), la categorizzazione è diventata chirurgica. Sebbene le transazioni siano formalmente verso l’estero (OnlyFans UK), il sistema di fatturazione elettronica permette oggi al fisco di monitorare in tempo reale i flussi in entrata, trasformando ogni “mancia” digitale in un gettito certo per le casse dello Stato.
Il gettito stimato: di quei 58 milioni, si stima che circa il 20% rimanga nelle casse della piattaforma come commissione. Sul restante 80%, considerando la tassazione media e i contributi alla Gestione Separata INPS, lo Stato incassa tra tasse dirette e indirette una cifra che oscilla tra i 18 e i 22 milioni di euro. In pratica, il desiderio dei milanesi finanzia una parte non trascurabile del welfare locale.
L’ascesa del “Shadow Management”: I nuovi colletti bianchi del desiderio
Ma la vera rivoluzione sociologica del lavoro a Milano non riguarda chi sta davanti all’obiettivo, ma chi sta dietro allo schermo del computer in un ufficio di Via Tortona o Porta Nuova. È nata una nuova classe dirigente: i Creator Manager.
Non chiamateli agenti. Sono figure ibride che fondono competenze da analista finanziario, psicologo e social media strategist. A Milano, queste figure sono diventate indispensabili per gestire la complessità di un business che non dorme mai.
Il Ghost-Chatter: in agenzie iper-specializzate, squadre di professionisti gestiscono le chat dei creator 24 ore su 24. È il paradosso supremo: l’utente milanese paga per un’intimità esclusiva, parlando spesso con un laureato in comunicazione che applica tecniche di neuromarketing per massimizzare la vendita del prossimo contenuto.
L’Analyst di Piattaforma: esperti che studiano gli algoritmi di ritenzione e ottimizzano i prezzi degli abbonamenti in base ai picchi di traffico (solitamente tra le 23:00 e l’1:00 di notte e, ironicamente, durante la pausa pranzo degli uffici).
Il Compliance Officer: dato il giro di vite fiscale, ogni agenzia milanese che si rispetti ha ora un consulente legale e fiscale dedicato, incaricato di “pulire” i flussi di denaro e assicurarsi che ogni euro sia a prova di accertamento.
Questa professionalizzazione ha un risvolto economico chiaro: la Creator Economy a Milano genera indotto. Non sono più solo “soldi facili”, ma una filiera che alimenta studi di posa, videomaker, truccatori e, soprattutto, consulenti fiscali d’alto bordo.
Il fatturato dell’anima
Milano ha fatto quello che sa fare meglio: ha preso un tabù, l’ha digitalizzato, l’ha messo a bilancio e ci ha costruito sopra una catena di montaggio professionale. Se nel dopoguerra la città si è costruita sulle acciaierie e negli anni ’80 sulla pubblicità, oggi si regge su una nuova forma di estrazione: quella dell’attenzione e del desiderio.
Il dato dei 58 milioni non è altro che il prezzo che Milano è disposta a pagare per mantenere il suo ritmo frenetico, delegando a una piattaforma e a una schiera di manager il compito di gestire quella parte di umanità che non trova più spazio tra una riunione su Teams e un aperitivo di networking.
L’Economia Politica della Solitudine: considerazioni Finali
Da un punto di vista economico, il primato di Milano riflette una transizione verso quello che i sociologi definiscono “Capitalismo delle Piattaforme”. Non è un caso che Milano sia anche la capitale italiana del food delivery, del car sharing e dei coworking. OnlyFans è l’ultimo tassello di questo mosaico: la trasformazione del corpo e dell’affetto in una commodity gestita tramite algoritmi.
L’autorevolezza di questi dati ci impone una riflessione: se Milano è il laboratorio del futuro italiano, stiamo andando verso un modello in cui la ricchezza economica serve principalmente a comprare surrogati di ciò che la frenesia produttiva ci ha tolto. Siamo la città che fattura di più, ma forse siamo anche quella che ha più bisogno di uno schermo per sentirsi guardata.
Riferimenti Bibliografici e Note Critiche
Dati Statistici: OnlyGuider (2025), Global Spending Report: The OnlyFans Economy.
Teoria Sociologica: * Z. Bauman, Modernità liquida (Laterza).
G. Simmel, Le metropoli e la vita dello spirito (Armando Editore).
R. Sennett, La corrosione del carattere (Feltrinelli).
Analisi Urbana: ISTAT, Rapporto sulla densità e il benessere nelle aree metropolitane (2024-2025).
Riferimenti essenziali
OnlyGuider, OnlyFans Wrapped 2025
ISTAT, Territorio e popolazione dei comuni italiani
G. Simmel, Le metropoli e la vita dello spirito
Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza
R. Sennett, La corrosione del carattere, Feltrinelli
M. Castells, La società in rete, Egea
S. Turkle, Insieme ma soli, Codice Edizioni
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