Quello del 27 maggio scorso per Omar Sosa è stato un ritorno all’Auditorium Arvedi di Cremona. Questa volta solo con il suo pianoforte, le sue tastiere e i suoi computer. In precedenza, quattro anni fa, era già stato ospite della splendida struttura in compagnia di Paolo Fresu, e fu un successo.
Nato a Holguín, Cuba, nel 1965, Sosa si è formato al conservatorio della sua città studiando le percussioni. Solo in seguito si è avvicinato al pianoforte da autodidatta, intraprendendo un percorso che lo ha portato a diventare uno dei pianisti jazz più originali e riconosciuti a livello internazionale. Dopo aver vissuto in Ecuador, Spagna e poi a San Francisco — città dove si è definitivamente imposto sulla scena — oggi risiede in Europa. In trent’anni di carriera ha firmato oltre trentacinque album, collaborando con musicisti di tutto il mondo e esibendosi sui palchi più prestigiosi, da New York a Tokyo.
Il concerto di Cremona porta il nome del suo ultimo lavoro, Sendas (che in spagnolo significa “sentieri”), concepito nel periodo della pandemia e nato da improvvisazioni sviluppate in un momento di isolamento forzato, poi riportate sui palchi di tutto il mondo. L’album, disponibile solo in digitale, è stato registrato in Italia, alla Fazioli Concert Hall.
Seduto al pianoforte in una tunica bianca ricamata di rosso, collane cerimoniali e scarpe scarlatte — chiaro richiamo ai riti della Santería —, Sosa ha espresso il suo stile inconfondibile: un intreccio di generi che spazia dal jazz, nutrito dalla riscoperta di radici folkloriche profondamente africane, alla musica caraibica e cubana. Tradizioni diverse per forma, ma unite da un’origine comune: l’Africa.
E proprio quella formazione percussiva acquisita al conservatorio di Holguín riaffiora costantemente nel suo modo di interpretare il pianoforte: le mani di Sosa non cercano soltanto melodie e armonie, ma trattano lo strumento come uno strumento ritmico, imprimendo a ogni frase una pulsazione fisica e corporea che deve molto più al tambor cubano che alla tradizione europea.
A tutto questo si aggiunge un ulteriore strato sonoro, costruito attraverso campionamenti di suoni della natura — vento, acqua, foresta — e frammenti di voci: evocazioni di un mondo ancestrale che avvolgono il pianoforte e lo proiettano in una dimensione quasi rituale, sospesa tra il reale e il sacro.
Quella dell’Arvedi è stata una serata che ha lasciato un’impressione profonda. Un concerto di rara intensità, capace di tenere il pubblico in un ascolto raccolto e partecipe per tutta la durata, in quel silenzio attento che è il miglior tributo che una sala possa offrire a un artista. Al termine, il pubblico — che sembrava non volersi congedare — ha salutato Sosa con una lunga standing ovation.
L’undicesima edizione del Cremona Jazz Festival si chiuderà con il concerto in prima assoluta del Trilok Gurtu Special Project, in programma il 4 giugno.
I biglietti sono disponibili presso la biglietteria del Museo del Violino oppure on line.






















