Da appassionato di economia, prima ancora che da consumatore, c’è una domanda che torna ciclicamente nel dibattito pubblico italiano: perché Amazon vince, cresce, si prende quote di mercato e sembra inarrestabile? La risposta ideologica è semplice, troppo semplice: perché è un colosso, perché è americano, perché schiaccia i piccoli.
La risposta reale è molto meno comoda, e riguarda un tema che in Italia fingiamo di non voler affrontare seriamente: il funzionamento dei servizi, a partire dalla logistica.
In questo Paese ho provato a comprare, vendere e lavorare con le spedizioni fin da quando avevo diciott’anni. Decenni di esperienza diretta, non di teoria. E ogni volta, nonostante i miglioramenti tecnologici, l’ingresso dei corrieri privati e qualche raro lampo di efficienza anche da parte delle Poste, si arriva sempre allo stesso punto: il delirio operativo. L’impossibilità strutturale di garantire un servizio decente, continuo, affidabile.
Il corriere che “passa” ma non passa, lasciando una notifica di mancata consegna mentre sei in casa, è ormai la normalità statistica. I pacchi che spariscono senza che nessuno si assuma una responsabilità sono una variabile accettata del sistema. I numeri di telefono non esistono, o esistono solo per farti ascoltare una musica d’attesa infinita. Gli orari sono aleatori, i giorni di consegna un terno al lotto. Sperare in una consegna di venerdì, prima di un ponte o di una festività, è come sperare di vincere un gratta e vinci: ogni tanto recuperi cinque euro, ma nessuno conosce davvero qualcuno che abbia cambiato vita.
In questo contesto arriva Amazon. Cortesia, processo chiaro, servizio efficiente. Ordini il sabato sera e, per i prodotti gestiti direttamente, ti consegnano la domenica mattina. L’esperienza di acquisto non finisce con il click, ma si perfeziona con la consegna. Ed è lì che scatta il meccanismo economico più potente: la fiducia. Ricevi ciò che hai ordinato, quando ti è stato promesso, senza dover telefonare a nessuno, senza sentirti in colpa per aver “disturbato”. E così ti viene naturale ordinare un’altra cosa.
Molto più semplice che cercare parcheggio, entrare in un negozietto dove magari trovi un addetto stanco o irritato, e paghi comunque di più perché “noi abbiamo l’IMU e l’affitto”. Peccato che anche io abbia l’IMU, l’affitto e, in più, uno stipendio che si riduce progressivamente, schiacciato da una crisi economica e politica che non è più ciclica ma sistemica.
Poi c’è sempre qualcuno che ti spiega, con tono moralmente superiore, che lui non compra su Amazon per salvare i piccoli commercianti. In genere è qualcuno che non ha mai dovuto lavorare davvero con le consegne, non ha mai avuto un’attività, non ha mai avuto l’urgenza di ricevere un oggetto per lavorare o vivere. Spesso non sa cosa significhi la produttività e la libertà di scelta. Spesso vive con una pensione di reversibilità, o un bilancio familiare da pubblico impiegato. Non sa, o finge di non sapere, che il bottegaio sotto casa raramente crea occupazione vera, se non per il figlio, e che molti commessi sono pagati in nero, quando va bene.
E con questo non intendo affatto sostenere che le piccole e grandi botteghe familiari non siano un valore. Al contrario, quando funzionano bene rappresentano forse la parte più autentica e preziosa di questo Paese. Il punto è evidente a tutti: quando ci sono efficienza, cura e amore per il lavoro, quelle botteghe, o quelle aziende, crescono, si strutturano e diventano nel tempo veri punti di riferimento.
Il mercato cambia, così come cambia la società, e spesso evolve più velocemente di quanto si vorrebbe. Anche l’impresa familiare, se vuole restare viva, è chiamata ad accompagnare questa trasformazione. Chi è bravo lo fa, e lo fa bene, senza perdere identità.
Penso, per esempio, a uno storico negozio di fotografia di New York, che non cito per evitare qualsiasi forma di pubblicità, anche perché esempi simili non mancano. Chiunque vada a New York ed è appassionato di video o fotografia finisce per entrarci, spesso su consiglio di un amico: “Passa da loro, hanno ottimi prezzi, materiale eccellente e persone davvero competenti”. Ed è vero. Chi ti segue è preparato, appassionato, capace di spiegare e consigliare. È un piacere starci, anche solo per curiosare, perché riescono a essere allo stesso tempo tecnologicamente avanzati e profondamente tradizionali nel modo di mostrare e raccontare i prodotti.
È la dimostrazione che quando qualità, competenza e visione convivono, la dimensione non è un limite ma una scelta. E il mercato, alla fine, questo lo riconosce sempre.
A questo punto va aggiunto un assunto che spesso viene liquidato con slogan, ma raramente analizzato con serietà. C’è sempre qualcuno pronto a spiegarmi che Amazon “sfrutta i lavoratori”. Bene, allora qualcuno dovrebbe anche spiegarmi come si possa sfruttare più di quanto avvenga, da decenni, nelle filiere agricole governate dal caporalato, quelle che permettono alla frutta e alla verdura di arrivare sugli scaffali a prezzi stracciati rispetto al nord Europa. Oppure dovrebbe chiarirmi come un’azienda che funziona davvero, che deve garantire tempi, qualità e continuità, possa permettersi di “spremere” all’infinito la propria forza lavoro senza pagarne il prezzo in termini di inefficienza, turnover, conflitto interno.
Mi si dovrebbe spiegare anche per quale motivo un magazziniere che lavora spostando merci, seguendo ritmi chiari e misurabili, debba sentirsi più sfruttato di chi lavora in certe industrie alimentari o in alcuni stabilimenti della moda, celebratissimi, che vendono prodotti a prezzi inimmaginabili e operano in condizioni di lavoro che nessuno osa davvero raccontare. Quelli non sfruttano? Anzi, spesso vengono raccontati come eccellenze nazionali nei servizi dei telegiornali.
Il bersaglio resta sempre Amazon, non perché sia la peggiore, ma perché è la più visibile. Perché ha introdotto efficienza, metodo e trasformazione del mercato. Una rivoluzione che, per la prima volta nella storia recente, ha reso la logistica qualcosa che funziona davvero anche nel nostro Paese. Una normalità che altrove esiste da decenni e che qui, finalmente, ha iniziato ad avere senso.
E soprattutto si dimentica un dettaglio fondamentale: i pacchi non li ricevono i ricchi. I ricchi hanno chi li serve, conoscono i proprietari, vengono assistiti fuori linea, sono comunque privilegiati e vincono sempre. È la gente comune che riceve quei pacchi. È la gente comune che risparmia acquistando beni necessari, prodotti realizzati da filiere industriali complesse, fatte di lavoratori veri. Se in quelle filiere esiste sfruttamento, la responsabilità non è di chi consegna in modo efficiente, ma di una struttura politica e normativa che non interviene sulla produzione, sulla trasparenza e sulla lealtà del sistema.
Prendersela con i tempi di consegna è facile. Mettere mano alle condizioni strutturali del lavoro lo è molto meno. Ma è lì che si dovrebbe guardare, se davvero l’obiettivo fosse la giustizia sociale e non la semplice ricerca di un colpevole comodo.
Lavoro è dignità.
Una persona, italiana o immigrata, assunta da Amazon viene assunta regolarmente, con contributi, contratto, diritti. Ottiene immediatamente un riconoscimento sociale e lavorativo. Può dire “lavoro per Amazon” invece di “do una mano”, “faccio qualche consegna”, “mi arrangio”. È meglio lavorare per Amazon che portare il caffè in nero nel negozietto del vicolo stretto, anche se questo fa storcere il naso a chi vive di rendita morale.
Il vero rischio è che amazon predi tutto.
Va però inserito un inciso decisivo, spesso ignorato o volutamente rimosso dal dibattito pubblico: il grande pericolo del monopolio.
Attenzione, Amazon è un’azienda privata e come tale ha un obiettivo chiarissimo, arricchire i propri proprietari. Non è un’impresa sociale, né un’istituzione su cui una comunità con diritti sociali possa fare affidamento in modo esclusivo.
Lo Stato, la collettività, l’unione delle coscienze civili non possono e non devono permettere che si arrivi a una posizione monopolistica.
È abbastanza evidente a chiunque abbia una minima esperienza dei sistemi economici che il monopolio non genera efficienza nel lungo periodo. Al contrario, tende ad adagiarsi sulla propria posizione dominante, a difenderla, a estrarre rendita. Ed è per questo che mi aspetto, senza alcuna sorpresa, che laddove Amazon dovesse eliminare ogni forma di concorrenza reale, smetta progressivamente di essere così efficiente nelle consegne, nelle risposte, nei rimborsi. Non ne avrebbe più convenienza economica.
Il problema è che la rabbia cieca, l’attacco ideologico e le lamentele scomposte rischiano di produrre l’effetto opposto a quello desiderato. Invece di stimolare nuove idee, nuova imprenditoria e concorrenza sana, finiscono per spianare la strada a chi già funziona meglio. Se gli altri operatori restano inefficienti, maleducati, disorganizzati e privi di passione, Amazon li cancellerà dal mercato. E a quel punto il problema sarà molto più grande, perché chiunque, trovandosi in posizione dominante, tenderà prima o poi ad approfittarne. Non avrà più alcun obbligo di essere migliore degli altri, semplicemente perché gli altri non ci saranno più. Ed è lì che, paradossalmente, i pacchi rischieranno di arrivare peggio di prima.
È questo che dovremmo capire. Amazon dovrebbe essere un punto di riferimento per migliorare, non un nemico astratto da demonizzare.
Le nostre Poste, per esempio, invece di farci attendere ore per un numeretto, potrebbero iniziare a funzionare meglio di Amazon. Potrebbero consegnare il sabato e la domenica, assumere davvero, formare i nuovi assunti spiegando loro quanto sia importante il lavoro che svolgono. Perché non è un lavoro qualunque, è una missione per l’intero mercato.
Quando la logistica funziona e le consegne sono rapide, le industrie accelerano, la produzione cresce e il lavoro aumenta, sia quello altamente specializzato sia quello più semplice. In fondo servirebbe solo un minimo di logica economica e di filosofia civile. Forse così potremmo iniziare a superare questo terribile momento sociale, invece di continuare a girarci intorno cercando colpevoli facili.
La povertà.
La verità è che siamo impoveriti profondamente, non solo economicamente ma culturalmente. E questo modello si ripete ovunque: in tutti quei Paesi che un tempo chiamavamo “terzo mondo” e che oggi ci hanno superato e doppiato, perché hanno capito che l’organizzazione vale più della retorica. I capitalisti diventano sempre più ricchi offrendo servizi che funzionano. Gli anticapitalisti continuano a lamentarsi, ma di fatto difendono un sistema opaco, inefficiente, spesso para-mafioso nel senso più profondo del termine.
Non parlo della criminalità organizzata da manuale, ma di una mentalità diffusa, sedimentata in secoli di cattive pratiche. Si va dall’amico anche se ti tratta male. Si assume il figlio dell’amico anche se è incompetente.
Si lavora male e si pretende rispetto.
Il corriere che finge di passare, che simula il transito con il GPS mentre è al bar sotto casa, non percepisce il valore del suo ruolo. Non capisce che sta consegnando beni essenziali alla vita quotidiana di qualcuno. Dopo due esperienze del genere, il cliente cambia piattaforma. Non per ideologia, ma per sopravvivenza organizzativa.
E poi ci si stupisce se cresce la rabbia sociale. Una società che funziona male nei dettagli quotidiani prepara il terreno al conflitto. Quando il lavoro è fatto senza cura, quando il servizio è approssimativo, quando nessuno si assume responsabilità ma tutti pretendono diritti, la rabbia diventa il sovrano e la miseria ne è la regina.
Amazon non vince perché è cattiva. Vince perché consegna. E finché questo Paese non capirà che l’economia moderna si gioca sull’affidabilità dei processi, non sui proclami morali, continuerà a perdere. Tutto il resto è solo rumore di fondo.





