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Quando la separazione diventa una guerra: la paura di perdere un figlio e la tragedia che travolge tutti

Maria Pia Capozza

DiMaria Pia Capozza

Gen 27, 2026

Scrivo queste righe con rispetto. Non per commentare una cronaca nera come se fosse un “contenuto”, ma per provare a trarne una lezione di prevenzione.

Il fatto, nella sua essenza, è questo: un marito uccide la moglie. La coppia era in separazione e sullo sfondo c’era il tema dell’affidamento del figlio. Dopo, anche i nonni paterni si sono tolti la vita.

Questa sequenza è talmente dura che rischia di farci scivolare in due reazioni opposte e ugualmente inutili: la caccia al “mostro” e l’idea che siano tragedie imprevedibili. In realtà, senza giustificare nulla, possiamo riconoscere una dinamica che in diritto di famiglia è un campanello d’allarme: quando il conflitto diventa totale e un figlio viene percepito come posta in gioco, la paura può trasformarsi in panico. E il panico, se non viene contenuto, può diventare distruttivo.

Qui voglio essere chiara: io sono contro un solo “nemico” — il genitore che usa i figli come arma. Non importa il genere, non importa “chi ha iniziato”. Importa solo una cosa: i figli non sono un premio, non sono un risarcimento, non sono una leva di potere.

Perché la minaccia (anche solo insinuata) di non far vedere più” un figlio è una miccia. A volte chi la pronuncia la usa per colpire l’altro. A volte lo fa per disperazione. Ma l’effetto può essere lo stesso: l’altro genitore entra in tilt, perde lucidità, si sente cancellato, reagisce male. E quando la lucidità crolla, tutto peggiora: la comunicazione diventa tossica, la guerra si espande, il minore viene trascinato al centro del tiro incrociato.

Questa vicenda ci ricorda anche un punto spesso ignorato: la crisi non resta chiusa nella coppia. Si allarga. Travolge la rete familiare. I nonni, spesso, pagano un prezzo altissimo: possono perdere i nipoti, perdere il figlio, perdere il senso. E talvolta, schiacciati da dolore e vergogna, scompaiono anche loro. Una catena di perdite che nessuna sentenza potrà mai riparare.

Se c’è una regola sola che mi sento di dire — drastica, ma necessaria — è questa: il conflitto va disinnescato immediatamente. Non “quando avrai tempo”. Non “dopo la prossima udienza”. Subito.

E disinnescare non significa arrendersi. Significa mettere in sicurezza il minore e la mente degli adulti. Significa togliere benzina dal fuoco prima che il fuoco diventi incendio.

Cosa fare, concretamente, quando senti che la separazione sta diventando una guerra:

  • Fissa un perimetro: comunicazioni essenziali, rispettose, tracciabili. Niente messaggi “di pancia” alle 2 di notte.
  • Rivolgiti subito a un avvocato esperto in diritto di famiglia per costruire una strategia, non una vendetta.
  • Se il livello di conflitto è alto, valuta mediazione e supporto professionale: con i figli l’obiettivo non è “vincere”, è funzionare.
  • Proteggi i nonni dalla guerra: i rapporti familiari non si usano per punire l’ex.
  • Se senti di perdere il controllo, chiedi aiuto immediato: non è debolezza, è responsabilità.

Chiudo con una frase che vorrei diventasse cultura comune: puoi non essere più coniuge, ma resti genitore. E restare genitore significa una cosa sola: non usare mai i figli come arma — e non restare mai solo nella tempesta.


Maria Pia Capozza

Maria Pia Capozza

Avvocato Rotale Presidente e fondatrice della Giovanna d’Arco Onlus Web Reporter ed ideatrice del Format “Maria per Roma“ Whistleblower

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