Ho un collega che ha sempre avuto una qualità rara: trasformare le intuizioni in progetti teorici dettagliati. Da quando è diventato un utilizzatore esperto di intelligenza artificiale, però, il ritmo è cambiato completamente. Ogni settimana nasce una nuova idea, un nuovo modello di business, una nuova opportunità. L’ultima, devo ammetterlo, era così convincente da farmi pensare seriamente di partecipare.
Nuove idee, nuovi modelli di business, nuove possibilità emergono continuamente.
Prima di lasciarmi trascinare dall’entusiasmo, però, ho sentito il bisogno di fermarmi. Ho ricordato i giorni in cui studiavo e smanettavo sui pc per lavoro. Durante gli anni meravigliosi dell’università, le lezioni di economia e le letture di filosofia, i pomeriggi ad assemblare un computer col libro di macro economia che attendeva sulla scrivania, ma soprattutto i primi errori imprenditoriali, quelli che insegnano più di qualsiasi libro.
È stato allora che mi è tornato alla mente un principio che avevo imparato molto presto e che oggi, nell’era dell’intelligenza artificiale, mi sembra più importante che mai: Nell’era dell’abbondanza generata dall’IA, il fattore davvero scarso non è più la capacità di produrre, ma la capacità di giudicare.
Aristotele aveva già previsto il problema dell’intelligenza artificiale.
Così ho ricordato i filosofi
Aristotele: dalla potenza all’atto.
Seneca e gli Stoici: non conta fare di più, ma fare ciò che conta.
Herbert Simon: l’attenzione è la vera scarsità.
Hayek: la conoscenza dispersa e il limite delle decisioni centralizzate.
Schumpeter: l’innovazione nasce dalla capacità di trasformare e scegliere.
Ho ricordato anche il concetto di costo opportunità: ogni scelta economica implica una rinuncia. Come spiegava Lionel Robbins, scegliere significa necessariamente escludere alternative.
Se l’IA è in grado di generare mille progetti, il vero costo non è crearli.
Il dilemma è decidere quale dei mille NON realizzare. Questo è un problema economico prima ancora che tecnologico.
Ogni rivoluzione tecnologica cambia ciò che è raro
La stampa ha reso abbondanti i libri.
Internet ha reso abbondanti le informazioni.
L’intelligenza artificiale sta rendendo abbondanti anche le idee.
Quando qualcosa diventa abbondante, smette di essere il vero valore economico.
Per secoli il vantaggio competitivo è stato saper produrre meglio degli altri. Oggi una macchina può scrivere una relazione, elaborare un business plan, progettare un logo o generare decine di soluzioni in pochi minuti.
Ma Aristotele ci aveva già lasciato un avvertimento più di duemila anni fa: tra la potenza e l’atto esiste sempre una scelta. Non tutto ciò che è possibile merita di diventare realtà.
Anche l’economia lo insegna. Herbert Simon parlava di “povertà di attenzione” in un mondo ricco di informazioni. Oggi potremmo parlare di “povertà di giudizio” in un mondo ricco di contenuti.
L’intelligenza artificiale non elimina la responsabilità umana. La aumenta.
Perché il vero costo non sarà più creare cento idee, ma scegliere quale sviluppare e avere il coraggio di scartare le altre novantanove.
È proprio qui che, probabilmente, si giocherà la differenza nei prossimi anni.
Non tra chi possiede lo strumento più potente, perché gli strumenti tenderanno rapidamente ad assomigliarsi e diventare accessibili a tutti. La vera differenza sarà tra chi saprà fermarsi un momento prima di agire e chi invece confonderà la velocità con la capacità.
Un imprenditore, un manager, un professionista o un creativo non saranno valutati solo per quante idee riusciranno a generare, ma per la qualità delle domande che sapranno porsi, per la capacità di distinguere un’opportunità reale da una semplice possibilità e per il coraggio di rinunciare a ciò che non merita di essere realizzato.
L’IA genera possibilità. Il valore economico continuerà a nascere dal giudizio umano.
Come ricordava Herbert Simon, in un mondo ricco di informazioni il bene più raro diventa l’attenzione. Ma forse, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, dobbiamo aggiungere qualcosa: in un mondo ricco di risposte, il bene più raro sarà la capacità di formulare le domande giuste. Friedrich Hayek ci aveva già spiegato che la conoscenza non è concentrata in un unico luogo, ma è dispersa tra milioni di persone, esperienze e contesti diversi. Per questo nessuna macchina, per quanto potente, può sostituire completamente il giudizio di chi conosce la realtà concreta in cui deve prendere una decisione.
Anche la scienza ci ricorda un principio fondamentale. Claude Shannon, padre della teoria matematica dell’informazione, ci ha insegnato che non tutta l’informazione ha lo stesso valore: in mezzo a una quantità enorme di segnali occorre distinguere ciò che contiene significato dal semplice rumore.
L’intelligenza artificiale sarà sempre più brava a produrre possibilità.
Scegliere quelle “idee” che meritano di diventare realtà resterà una responsabilità profondamente umana.
Perché il futuro probabilmente non apparterrà a chi saprà creare più velocemente.
Apparterrà a chi saprà capire meglio.
Forse il futuro non premierà chi saprà produrre di più.
Premierà chi saprà dire, con cognizione di causa: “Questa è la scelta giusta. Tutte le altre possono aspettare.”
Non ci serve un’altra idea. Ci serve il coraggio di scegliere.
Bibliografia
La riflessione trae ispirazione dai grandi classici del pensiero filosofico ed economico e dagli studi contemporanei sul rapporto tra conoscenza, decisione e innovazione:Aristotele, Metafisica e Etica Nicomachea (potenza, atto e phronesis);
Seneca, Lettere a Lucilio (tempo, scelta e valore dell’azione);
Herbert A. Simon, The Sciences of the Artificial (1969) e Designing Organizations for an Information-Rich World (1971);
Friedrich A. Hayek, The Use of Knowledge in Society (American Economic Review, 1945) — Conoscenza dispersa nella società.
Joseph A. Schumpeter, Capitalism, Socialism and Democracy (1942);
Lionel Robbins, An Essay on the Nature and Significance of Economic Science (1932);
Claude E. Shannon, A Mathematical Theory of Communication (Bell System Technical Journal, 1948) — teoria dell’informazione, distinzione tra informazione e rumore.
Michael Polanyi, The Tacit Dimension (1966) — Conoscenza inespressa
Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, The Second Machine Age (2014);
Daron Acemoglu e Simon Johnson, Power and Progress (2023) – Potere e progresso. La nostra lotta millenaria per la tecnologia e la prosperità
Per approfondire il rapporto tra intelligenza artificiale e trasformazione economica sono inoltre rilevanti le analisi di MIT Sloan Management Review, Harvard Business Review, OECD AI Policy Observatory, Stanford HAI e McKinsey Global Institute.