Ogni tanto mi faccio una domanda che suona provocatoria, ma che negli anni è diventata sempre più difficile da ignorare. Possibile che le truffe online prosperino anche perché, in fondo, a qualcuno conviene che prosperino?
Non sto parlando di complotti. Sto parlando di un sistema che, nei fatti, sembra tollerare qualcosa che in qualunque altro mercato verrebbe fermato molto prima.
Per capire perché me lo chiedo devo fare un passo indietro.
Quando ero un ragazzetto compravo e vendevo oggetti usati attraverso gli annunci di Porta Portese. Chi vive a Roma sa di cosa parlo. Il mercoledì mattina si comprava il giornale, si sfogliavano le pagine degli annunci, si sottolineavano quelli interessanti e poi si iniziava a telefonare. Era un mercato semplice. Qualcuno vendeva qualcosa, qualcun altro lo cercava. Prima o poi ci si incontrava. L’oggetto si guardava dal vivo, il prezzo si trattava e, se tutto tornava, l’affare si chiudeva e a volte si trovava un nuovo amico con le tue stesse passioni.
Non era un sistema perfetto. Ma era un sistema comprensibile. Poi è arrivata la internet e il mercato dell’usato è esploso. Prima eBay, poi alcuni siti web e Subito, poi i marketplace dei social network. Oggi chiunque può vendere qualsiasi cosa a chiunque, in qualunque città.
È una rivoluzione enorme. E, in teoria, anche molto positiva. L’economia circolare vive anche di questo: oggetti che trovano una seconda vita invece di diventare rifiuti.
Il problema è che negli ultimi anni qualcosa si è rotto. Chi frequenta questi mercati lo sa bene. Cercare un buon affare significa imbattersi in una quantità impressionante di truffe. Annunci perfetti. Prezzi irresistibili. Venditori gentili.
Poi arriva la richiesta di pagamento anticipato. Bonifico, PayPal, carte ricaricabili. Il pacco non arriverà mai o arriverà un mattone mascherato da falso acquistato su altri marketplace orientali.
Il punto non è che esistano truffatori. I truffatori sono sempre esistiti. Il punto è la scala del fenomeno. Sono ovunque e soprattutto sembrano operare con una tranquillità disarmante.
Le piattaforme hanno il pulsante “segnala abuso”. Lo si usa. Gli annunci restano lì. Spesso si moltiplicano.
A un certo punto si prova a fare quello che un cittadino dovrebbe fare: si va a denunciare. Chiunque abbia provato sa che non è una strada semplice. Ore di attesa. Procedure complicate. E alla fine la sensazione che il sistema non abbia realmente gli strumenti per affrontare un fenomeno di questa dimensione. In molti casi le denunce non vengono neppure presentate. Non per pigrizia. Perché molti cittadini hanno la percezione che serva a poco. E questo crea un paradosso.
In un mercato tradizionale chi truffa rischia. Nel mercato digitale, spesso, rischia poco o nulla. Chi compra perde i soldi. Chi vende il pacco fantasma sparisce dietro un profilo, un numero virtuale, una carta ricaricabile. È una dinamica economica completamente sbilanciata.
Ed è qui che nasce la domanda più scomoda.
Negli ultimi anni abbiamo sentito ripetere spesso che bisognerebbe “difendere il commercio di prossimità”. Il negozio sotto casa. Il piccolo commerciante. Il rapporto umano. È un discorso comprensibile. In molti casi anche condivisibile.
Ma allora viene spontaneo chiedersi: perché il mercato digitale tra privati, quello più vicino al concetto di scambio diretto tra persone, è lasciato così esposto alle frodi? Un mercato funziona solo se esiste fiducia. Se la fiducia crolla, le persone smettono di usarlo. Quando le persone smettono di fidarsi di un mercato, tornano a cercare alternative più sicure.
Il negozio fisico, ad esempio. O sempre online ma meglio su Amazon o similare che sono sicuri.
È qui che la provocazione diventa inevitabile. Se un cittadino viene truffato online due o tre volte, cosa farà la volta successiva? Molto probabilmente andrà in un negozio, ovvero al supermercato o al centro commerciale dato che i negozi per via delle tasse sul commercio e sugli immobili commerciali a Roma stanno chiudendo tutti. E riaprono giusto come centro massaggi, unghie e i mini-market sempre aperti.
Si pagherà di più al centro commerciale. Ma almeno ci si porterà a casa l’oggetto senza sorprese e garanzia.
Non sto dicendo che qualcuno abbia progettato questo scenario. Ma è difficile non notare che il risultato finale va esattamente in quella direzione. Il paradosso è che, nel frattempo, il mondo reale sta cambiando molto più velocemente delle nostalgie economiche.
Le fabbriche chiudono.
Il lavoro industriale diminuisce.
Il potere d’acquisto delle famiglie si riduce.
Negli ultimi anni abbiamo sentito ripetere una frase mille volte. “Io non compro su Amazon. Così difendo il negozio di quartiere.”
È una frase affascinante. Romantica. Quasi medievale e del tutto manipolata. I ricordi del piccolo negozio sotto casa, la piazza col muretto.
Poi guardi meglio e le stesse persone che dicono queste cose: scrivono sui social americani, passano più tempo sullo smartphone che a fare qualsiasi altra cosa, spesso si aggiungono , sempre sul telefonino, a campagne contro le multinazionali… sulle piattaforme delle multinazionali. E Immagino la scena di un brutto film: “Lasciamo crescere un po’ di caos digitale. La gente tornerà nei negozi.”
Peccato che nel frattempo sia successo altro.
Molti cittadini non riescono più a sostenere neppure spese essenziali. Figurarsi pagare il doppio per difendere un modello commerciale che appartiene a un’altra epoca.
Il vero problema forse non è solo Amazon. Il problema non è Temu o Alibaba. Il problema non è la rete.
Nel Medioevo le fiere funzionavano perché c’erano regole. Nel commercio moderno esistono garanzie, contratti, tribunali.
Nel digitale spesso accade una cosa surreale: il truffatore rischia poco mentre la vittima rischia tutto.
È un rovesciamento economico pericoloso. Perché quando una società rende più facile truffare che costruire qualcosa, qualcosa si rompe.
Il giorno in cui ho provato a fare il cittadino modello
Una volta ci ho provato. Ore in sala d’attesa.
Alla fine qualcuno prende la denuncia. Con un’aria che sembra dire: “Ma davvero è venuto qui per questo?”
Tre mesi dopo mi chiamano.
Penso abbiano trovato il truffatore.
No.
Mi chiedono di ritirare la denuncia.
Non riescono a seguirla. E allora la ritiro.
Non perché pensi sia giusto. Ma perché capisci che il problema non sono le persone che stanno dietro quella scrivania.
Il problema è altrove. Le forze dell’ordine fanno quello che possono, sono pochi agenti che devono ascoltare centinaia di storie diverse ogni giorno, non dispongono di mezzi. Stiamo parlando di truffe digitali ed ero in una stanza piena di faldoni stile anni settanta con scrivania sovraccarica quanto usurata con sopra un terminale dei tempi dell’Olivetti M24.
Ma il fenomeno è enorme, secondo diverse indagini negli ultimi anni milioni di italiani sono stati vittime di truffe legate all’e-commerce. Una parte significativa non denuncia neppure. Perché? Perché ha la sensazione che serva sol oa perdere altro tempo prezioso.
In tutto questo resta una contraddizione gigantesca.
Viviamo immersi in infrastrutture digitali globali, piattaforme internazionali e sistemi di pagamento elettronici. Ma quando si tratta di garantire sicurezza negli scambi tra cittadini, il sistema sembra improvvisamente lento, fragile e disorganizzato.
Guardiamo la realtà senza ipocrisie. Oggi, in molti casi avviare un’impresa è costoso e complicato e lavorare con soddisfazione è sempre più difficile e fare il piccolo imprenditore comporta rischi enormi.
Truffare online, invece, è spesso semplice. Troppo semplice. E quando una società arriva a questo punto significa che qualcosa si è storto e di molto.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Un mercato dove spesso chi lavora e chi compra si assume più rischi di chi truffa. E quando un sistema economico arriva a questo punto, il problema non è più tecnologico.
È politico.
Ed è culturale.
Perché la domanda vera, alla fine, non è quanti truffatori ci siano online.
La domanda è un’altra.
Perché, nel 2026, continuano a operare con una tale tranquillità?
Finché non inizieremo a rispondere seriamente a questa domanda, continueremo a discutere di commercio digitale, negozi di quartiere e piattaforme globali senza affrontare il problema principale.
La fiducia.
Senza quella, nessun mercato dura a lungo.
Fonti e riferimenti
ANSA – Acquisti online, 1 giovane su 3 ha subito truffe
Corriere Comunicazioni – Truffe online in Italia, +20% in un anno
Eco di Bergamo – Commercio online, aumentano le truffe
TGCom24 / Facile.it – 2,8 milioni di italiani vittime di truffe e-commerce
Facile.it – Indagine su truffe nel commercio elettronico
QuiFinanza – Dati Polizia Postale sulle truffe telematiche
Report Polizia Postale e Sicurezza Cibernetica 2024

