Scienziati senza laurea

In questi ultimi mesi si è sentito spesso parlare di scienziati, ma avete mai sentito parlare di una laurea in scienzologia?
Chi studia la biologia medica, i batteri, i virus ecc. è di solito un ricercatore universitario non uno scienziato.

Può definirsi scienziato secondo l’enciclopedia Treccani: chi ha acquisito profonda conoscenza di una o più scienze, attraverso studi intensi e costanti, e con serietà di metodo e d’indagine. Senza dubbio un premio Nobel per la medicina può a pieno titolo definirsi scienziato.

La scienza è una cosa seria e anche la divulgazione dovrebbe esserlo. Fare divulgazione scientifica seria, a mio avviso, richiede non solo ovviamente un’ottima conoscenza tecnica di base ma anche uno sforzo di aggiornarsi sul dibattito epistemologico intorno alla scienza.
La medicina anche se rientra tra le scienze naturali come la fisica, la chimica e la biologia non può rifarsi al paradigma proprio delle altre scienze. Perché la medicina ha a che fare con l’essere umano e con la sua complessità. Studiare una malattia non è la stessa cosa che studiare una malattia, siamo di fronte a gradi di complessità elevati.
Lo scienziato è di conseguenza presentato come una sorta di verità incarnata, a cui tutti devono inchinarsi in modo dogmatico, pena l’essere qualificati come degli incompetenti irrazionali.
Questo modo autoritario di presentare la scienza (che nulla ha a che vedere con la ricerca scientifica) ha un nome: e si chiama scientismo.
Lo scientismo deriva dal positivismo di fine XIX secolo.
Gli scientisti erroneamente chiamati scienziati sono spesso degli impiegati della scienza legati al potere delle case farmaceutiche.
Abbiamo osservato in questi mesi l’affermazione di tutto e del contrario di tutto da parte di “scienziati” ed organi di informazione che hanno prodotto una sfiducia crescente nella scienza generando una psicopandemia con aumento esponenziale di suicidi e di sindromi post traumatiche da stress, ferite che rimarranno indelebili nelle menti delle persone anche quando la pandemia sarà scomparsa.
In un articolo del Lancet del 22 settembre 2020 Richard Horton ha introdotto un termine che più esattamente definisce il momento attuale sindemia.
Il concetto di sindemia è coniato negli anni 90 del XX secolo da Merril Singer, antropologo americano per descrivere la interelazione tra AIDS e tubercolosi.
Nell’attualità del COVID-19 evidenzia l’interazione tra Sars-Cov-2 e le patologie croniche (obesità, diabete, malattie cardiovascolari etc.) sottolineando quello che è sicuramente una delle evidenze consolidate, cioè che COVID-19 peggiora le patologie croniche e le patologie croniche peggiorano COVID-19 e tutto questo è molto più evidente nelle popolazioni che vivono condizioni igienico sanitarie ed economiche più disagiate.
Il concetto di Sindemia fa comprendere che la via intrapresa dalla politica e dalla scienza cioè di concentrare gli sforzi esclusivamente sul virus potrebbere rivelarsi sul medio lungo periodo poco efficace, poiché il concetto di sindemia implica anche la necessità di migliorare la salute generale della popolazione e la cancellazione delle diseguaglianze. Di fatto, il modello sindemico scarta le interpretazioni convenzionali delle malattie come entità distinte l’una dall’altra e indipendenti dai contesti sociali in cui si trovano. Siamo di nuovo di fronte a due complessità che si confrontano quella del malato e del suo contesto e quello della malattia che è interconnessa ad altre patologie.
La visione sindemica della attuale pandemia ha diverse implicazioni pratiche a partire dal suggerire la necessità di un approccio che trascende i confini geopolitici, basato su una buona scienza, una comunicazione trasparente e una solidarietà globale diffusa.
Tutto si è attualmente concentrato sulle campagne vaccinali, dando l’impressione alle popolazioni che vaccinazione equivale a libertà. Andando in giro non si sente parlare che di vaccini. Giovanissimi che si sono affollati agli open day senza nessuna cognizione di causa sui vaccini che andavano a farsi somministrare. Ho avuto notizia di due ragazze che hanno fatto congelare i loro ovuli per fare il vaccino e non rischiare la sterilità. È chiaro che siamo veramente alla pura follia. È a mio avviso delittuoso sprecare dosi di vaccino, ammesso che funzionino e gli effetti a lungo termine non siano dannosi sull’essere umano, su giovani privando le categorie a rischio di dosi a livello planetario. Trascendendo come si diceva i confini geopolitici i vaccini, se realmente sicuri, andrebbero distribuiti equamente in tutto il mondo alle categorie a rischio con patologie croniche.

Il medico è stato privato sempre più della sua capacità decisionale, sta diventando uno strumento, un burattino della politica e di big pharma. La politica e gli esperti, scientisti spesso legati alle case farmaceutiche che sovvenzionano le loro pubblicazioni, hanno stabilito quali vaccini dovevano essere somministrati a questa o quella classe di età, cambiando più volte gli orientamenti e disorientando la popolazione, fino all’imposizione di cocktail vaccinali la cui sperimentazione viene fatta sul campo come del resto quella di questi vaccini, pochi sanno che è una sperimentazione che terminerà a dicembre 2023. Dovrebbe toccare ai medici stabilire quali vaccini somministrare a questo o a quel paziente in base alla sua complessità individuale come ha ribadito più volte anche il presidente dell’Ordine dei Medici di Roma.
Il medico è diventa un esecutore di ordini della politica o di protocolli imposti da una scienza con i paraocchi che non tiene in nessun conto l’individualità del malato.
Il medico oggi giorno è spesso amministrato e quindi ha perso la sua autonomia di scelta.
È amministrato attraverso procedure, algoritmi e linee guida e questo è un pericolo perché al centro deve esserci la complessità del malato.
Oltre lo standard c’è la vera realtà, lo standard riflette solo una piccola parte della realtà.
Qualcosa è vero se funziona, no se è conforme a una regola metodologica.
Altra assurdità è stata l’imposizione vaccinale ai medici, come se il vaccino proteggesse dall’infezione i malati che il medico incontra. È ormai appurato che il vaccinato può diventare un portatore asintomatico del virus. So di molti medici anche negli ospedali che hanno rifiutato di vaccinarsi e non sono stati rimossi pena l’indebolimento dei reparti.
Ultima considerazione è sui virus e sui vaccini. È noto che con virus a RNA come è quello attuale l’effetto gregge è impossibile da ottenere, anzi come sostenuto da diversi epidemiologi vaccinare in pandemia può rafforzare la virulenza e la creazione di varianti. Tutti i virus anche se molto aggressivi se vogliono sopravvivere debbono abbassare la loro virulenza diventando gradualmente endemici, è evidente che più vacciniamo più il virus dovrà trasformarsi e spostarsi anche su età più giovanili. La spagnola durò 15 mesi poi scomparve, ma allora non si sapeva che si trattasse di un virus, non furono fatti vaccini e non c’erano i tamponi. Probabilmente con i tamponi si sarebbero trovati positivi asintomatici per altri due anni, quello che avverrà anche da noi.

Dott. Osvaldo Sponzilli


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