Figli strappati alla vita

Ai versi poetici uomini e donne di ogni epoca hanno affidato le loro lacrime e l’incommensurabile dolore per la perdita di un figlio, per l’ennesima figlia strappata alla vita, la piccola Elena, esprimo il mio cordoglio attraverso i commoventi versi di “Giorno per giorno”, poesia composta da Giuseppe Ungaretti in memoria del figlio Antonietto, morto all’età di 9 anni.

“Nessuno, mamma, ha mai sofferto tanto…”
E il volto già scomparso
Ma gli occhi ancora vivi
Dal guanciale volgeva alla finestra,
E riempivano passeri la stanza
Verso le briciole dal babbo sparse
Per distrarre il suo bimbo…
Ora potrò baciare solo in sogno
Le fiduciose mani…
E discorro, lavoro,
Sono appena mutato, temo, fumo…
Come si può ch’io regga a tanta notte?…
Mi porteranno gli anni
Chissà quali altri orrori,
Ma ti sentivo accanto,
M’avresti consolato…
Mai, non saprete mai come m’illumina
L’ombra che mi si pone a lato, timida,
Quando non spero più…
Ora dov’è, dov’è l’ingenua voce
Che in corsa risuonando per le stanze
Sollevava dai crucci un uomo stanco?
La terra l’ha disfatta, la protegge
Un passato di favola…
Ogni altra voce è un’eco che si spegne
Ora che una mi chiama
Dalle vette immortali….
In cielo cerco il tuo felice volto,
Ed i miei occhi in me null’altro vedano
Quando anch’essi vorrà chiudere Iddio…
E t’amo, t’amo, ed è continuo schianto!
Sono tornato ai colli, ai pini amati
E del ritmo dell’aria il patrio accento
Che non riudrò con te,
Mi spezza ad ogni soffio..
Non più furori reca a me l’estate,
Né primavera i suoi presentimenti;
Puoi declinare, autunno,
Con le tue stolte glorie:
Per uno spoglio desiderio, inverno
Distende la stagione più clemente!…

L’AGI riporta questa notiziaElena del Pozzo, 5 anni a luglio, è stata uccisa in un assolato pomeriggio siciliano e per una notte intera il suo corpo è rimasto affidato all’abbraccio dell’Etna. È lì, in un campo incolto di Mascalucia alle pendici del vulcano che sputa fuoco e vomita lava da due anni, che Martina Patti aveva tentato di scavare tra le ginestre una fossa, però troppo piccola per contenere il corpo, infilato in una matrioska di sacchi neri, la propria figlia senza vita”.
Immaginare una madre che uccide la propria creatura è così anomalo, mostruoso, terribilmente individualista se pensiamo poi che tale e raccapricciante delitto potrebbe essere stato compiuto come forma di vendetta nei confronti dell’ex compagno. Una mamma che, dopo aver tolto la vita alla propria creatura, affida il corpicino inerme e freddo al caldo abbraccio di un vulcano e ai fiori gialli profumatissimi della ginestra, una tale sepoltura come gesto di rimorso?
Chi è questa madre? Non si sa ancora, sul suo comportamento contro natura al momento si possono solo fare mille e una ipotesi, saranno gli inquirenti e i loro periti a provare a delineare la personalità di questa donna e mamma, a comprendere l’evento scatenante che l’ha portata a compiere un gesto delittuoso così efferato con cui dovrà convivere per il resto della sua vita.

Perché le madri uccidono i propri figli, chi sono queste donne? Cosa le spinge ad agire mortalmente contro la propria creatura?
I motivi possono essere diversi, fattori culturali ma sicuramente psicopatologici. La donna può avere un rifiuto della maternità, una depressione, un abuso subito in giovane età. Le madri sfinite dalla depressione spesso non vedono altra via di uscita se non quella di porre fine alla propria vita e decidono di portare con sé il bene più grande: il figlio. Poi ci sono le donne che agiscono come Medea, figura mitologica greca, che ha ucciso i propri figli per vendetta nei confronti del suo grande amore Giasone, il quale l’ha abbandonata per sposare un’altra donna. In queste madri si attua un processo di scissione, l’atto della vendetta e il sentimento della rabbia vanno oltre la dimensione della protezione e della cura della propria creatura.

E dopo cosa resta?
La negazione, il rifiuto. È difficile solo immaginare di aver compiuto un gesto così terribile. Ancora più terribile quando arriva il momento di confrontarsi con la realtà e la giustizia che, ora dopo ora, giorno dopo giorno, fanno rivivere il proprio agito. È durante il periodo di reclusione e revisione che arriva la consapevolezza di ciò che si è fatto, del crimine più orrendo di cui ci si possa macchiare, la disperazione è tale che nell’animo di queste madri regna solo il senso di vuoto e un dolore inesprimibile, insieme alla consapevolezza che nulla sarà più come prima.


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Francesca Moretti

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